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sabato, novembre 10, 2007

Biagi e i conti con il passato

La lettera a firma di Marcello Staglieno, pubblicata oggi a pagina 11 di Libero, non ci fa ricredere sulle scuse fatte ai nostri lettori per aver colpevolmente attribuito ad Enzo Biagi l’assenza al funerale di Giovannino Guareschi, ma almeno ci dà la possibilità di ribadire che il più grande giornalista italiano è morto nel 1968.
 Nel ripercorrere brevemente la storia del cronista emiliano, Staglieno riporta a galla alcuni vecchi articoli firmati da Biagi negli anni ’40 e pubblicati su riviste spiccatamente fasciste. Nulla da ridire sul fatto che Biagi scrivesse sull’Assalto o su Primato, rivista diretta da Bottai. Lui era uno dei tanti. Ma c’era in quegli anni un suo collega, quel Guareschi allora in trasferta milanese che faceva umorismo sul Bertoldo e che finì nel mattatoio dell’8 settembre, rifiutandosi di collaborare con i tedeschi e prendendo la strada per l’internamento militare in Polonia. Tutto questo ben prima che Biagi, nel marzo del 1944, si unisse alle forze partigiane della Brigata Legnano.
  Il riciclo è un’abilità tipica degli italiani che ai grandi riesce sempre meglio. La stessa cosa dicasi per il defunto e compianto maestro Enzo Biagi.
postato da: ringo alle ore 18:41 | link | commenti
categorie: giovannino guareschi, i conti con la storia
mercoledì, novembre 07, 2007

Imperdonabile errore

Un nostro lettore, Luigi, oggi ci ha segnalato l'articolo del Secolo d'Italia che, ricordando Enzo Biagi, racconta della sua presenza al funerale di Giovannino Guareschi nel lontano luglio del 1968. Io ieri avevo scritto che Biagi al funerale non era presente.

Ho contattato via e mail i figli di GG, Alberto e Carlotta, che gesticono il Club dei 23: mi hanno confermato che Enzo Biagi è stato uno di quei pochi giornalisti che accompagnarono Giovannino nel suo ultimo viaggio. Gli altri furono i colleghi Molossi, Minardi, Manzoni, Mosca e Palermo .

Mi scuso con Luigi e tutti i lettori. E mi scuso con l'anima di Enzo Biagi: poteva anche non starmi particolarmente simpatico, ma se attribuire ai vivi colpe che non hanno è vigliacco, farlo ai morti è disonorevole.

Come direbbe Giovannino: non è né bello né istruttivo.

postato da: ringo alle ore 17:29 | link | commenti (6)
categorie: giovannino guareschi, giornalismo, i conti con la storia
martedì, novembre 06, 2007

E' morto Enzo Biagi

No, lui al funerale di Giovannino non c'era.
postato da: ringo alle ore 13:12 | link | commenti (5)
categorie: giovannino guareschi, attualità, i conti con la storia
giovedì, novembre 01, 2007

Inedito guareschiano: Stefania fra i boeri

 Egidio Bandini è uno dei cronisti della Bassa parmense, ma ogni tanto qualche suo articolo su Giovannino Guareschi trova spazio nella pagine di Libero. Come è accaduto oggi, con la rivelazione di una scoperta avvenuta sfogliando l’immensa mole di lavoro dell’autore parmense custodita dai figli Alberto e Carlotta al Club dei 23 di Roncole Verdi. La scoperta ha il titolo di un libro inedito, scritto nel 1942, quando l’Italia scopriva che la guerra non volgeva propriamente a favore e Giovannino lavorava al Corriere allora diretto da Aldo Borrelli: “Stefania fra i boeri” racconta le vicende sentimentali di Stefania Dubot nel Sud Africa attraversato dalla guerra anglo-boera. Accompagnata nelle sue avventura dalla fedele amica Virginia, Stefania si divide tra le attenzioni di tre giovanotti che inseguono la sua mano: Rigo Nadd, Tommaso Pomer e Martin Feltus. Tra gran balli e biglietti della lotteria, il romanzo prosegue sino alla fine. Se non fosse che la fine non c’è.
 Non solo inedito, ma anche incompleto. “Stefania fra i boeri” doveva comunque essere un lavoro al quale Giovannino teneva molto, sottolinea Bandini, “come dimostrano i tanti appunti che sono emersi dal recente riordino dello sterminato archivio dello scrittore”. Molto probabilmente l’unico ad averlo letto per interno è stato Borrelli, il quale con un cenno suggerì a Guareschi che non era il caso di pubblicare il racconto sulle pagine del Corriere della sera e, a quanto pare, lo stesso GG lo ringraziò per avergli impedito di rendere pubblica “un’emerita fesseria”.
 Per quanto imparziale, il testo è comunque consultabile nella sede del centro studi guareschiano di Roncole, ma rimane il rammarico di non vederlo nelle librerie accanto ai Don Camillo del Mondo Piccolo e agli altri lavori umoristici.
  Da parte nostra la guerra tra le truppe inglesi e i discendenti degli olandesi che sbarcarono dall’altra parte nell’epoca delle grandi avventure è stata trattata “sportivamente” in vista della finale del Mondiale di rugby a Parigi. E già ci sentiamo affezionati a questo libro che non abbiamo letto, ma che sappiamo già piacerci. Guareschi inizia raccontando le ultime ore dello stato d’Orange, con l’attacco dei dodici reggimenti di cavalleria del generale French e delle truppe guidate dal generale Roberts. In 40.000 contro 400, perché uno solo dei boeri valeva cinque soldati regolari inglesi, come annotò (e come ci ricorda Bandini) un tale Winston Spencer Churchill, finito prigioniero nell’occasione. Mentre la morsa britannica si chiude su Bloemfontein, Stefania Dubot combatte la sue guerra di sentimenti.
 Nell’attesa di dare una sbirciata all’affare, sogniamo Percy Montgomery, Shalk Burger e Jon Smit nei panni dei tre pretendenti.
martedì, ottobre 23, 2007

Tornati alla base

Ho ancora la testa che picchia in queste ore. Colpa di tutto il rugby che mi sono bevuto in questi ultimi quaranta e passa giorni. Così ho dovuto (e voluto) tralasciare qualche fatto politico che ha interessato l’attualità italiana nelle ultime settimane.
 Ho percepito solo gli echi di certi avvenimenti e di certe dichiarazioni. Come quella per cui il liberalismo sarebbe di sinistra. Sbaglio o qualcuno ha detto ciò? Mah, ho pensato, se è vero che la Svizzera ha la barca più forte al modo, può anche essere che a sinistra siano più liberali che altrove.
 Ho ripercorso quest’ultimo anno di governo Prodi e devo ammettere che le liberalizzazioni di panetterie e pompe di benzina segnano un netto passo in avanti per l’economia di mercato. Poi non riesco a capacitarmi di come Di Pietro abbia gestito l’affare Autostrade o di come ci appioppiamo i costi di una compagnia fallita come l’Alitalia. Ma è inequivocabile che il liberalismo sia di sinistra.
 Liberalizzano tutto questi qui, d’altra parte. Ferrero pretende le stanze del buco. Dico io: ma non vi rendete conto che si rifà ai principi dei maggiori filosofi liberali? Locke non l’avrebbe mai pensata una cosa del genere.
 Cambiamo discorso. Il neonato Partito democratico si sta appropriando di tutto. Ho pure letto da qualche parte che vorrebbero mettere tra i padri fondatori Giovannino Guareschi, l’uomo che ha tratteggiato l’incontro dei cattolici con la sinistra. Oltre a non sapere leggere, i saggi del piddì non hanno più ritegno. Già è difficile classificare partiticamente Guareschi, direi che è addirittura impossibile. Che fosse un conservatore non ci piove, probabilmente era pure un po’ anarchico, per quanto fedelmente monarchico. Inoltre, il paragone non regge. Stando ai fatti di oggi, vorrebbe dire che GG aveva previsto l’incontro tra don Camillo – Franceschini e Peppone – Veltroni? Come avrebbe sapientemente risposto l’uomo della Bassa: qualcuno ha lasciato il cervello all’ammasso del partito.
 Magari fossero sopravvissuti don Camillo e Peppone: mi sarei gioiosamente unito alla raffica di scappellotti da rifilare a certi intellettuali de sinistra.
 Bisogna rialzare la guardia, altrimenti questi si pappano pure Berlusconi tra poco: “E’ roba nostra, figlio della nostra cultura!”. Per fortuna (?) siamo tornati.  
domenica, ottobre 07, 2007

Tutti di corsa...

... qui, perché questo Dario a me piace un sacco ;-)
postato da: ringo alle ore 21:01 | link | commenti (1)
categorie: giovannino guareschi
martedì, settembre 25, 2007

Grillo? Già sentito

Siamo proprio sicuri che Grillo è il nuovo che avanza? Siamo davvero certi che quello che va urlando nelle piazze non si sia già visto in Italia? Che la sua antipolitica sia vergine da condimenti del passato? Io una ripassatina alla storia politica del nostro paese la darei più che volentieri.
 E per farlo mi avvalgo della tesi con la quale mi sono laureato esattamente un anno fa (a va bene, oggi me la tiro, avrò il diritto di concedermi qualche soddisfazione, no?).
 Per Giannini la Folla (e non il popolo, che il commediografo considera una espressione negativa compresa fra i vocaboli “imbroglioni”) è il bene, al contrario i Capi della classe dirigente sono il male. Da una parte gli uomini qualunque che lavorano e producono, dall’altra i sistemi dei partiti, strumenti della tirannide dei politici di professione. La via giusta sta nel mezzo: perché la Folla possa autogovernarsi e liberarsi dai parassiti plutocratici è necessario un governo di tecnici e di amministratori neutrali e competenti della cosa pubblica.
 Queste righe appaiono nell’ultima parte della tesi dedicata la linguaggio politico di Giovannino Guareschi nella quale mi sono avventurato nel confronto del suo discorso con quello di altri personaggi dell’epoca e, come logica comanda, Giannini è uno di questo, dato che oltre ad essere stato leader dell’Uomo qualunque, era giornalista e autore teatrale. Fonte dell’affermazione è L’Italia populista – dal qualunquismo ai girotondi, di Marco Tarchi. Che al suo interno ripropone alcuni passaggi originali de La folla, libro di Giannini. Ad esempio:
 Il progresso scientifico consente di liberarsi non solo dei Capi, ma anche di un’altra categoria di esseri umani assai pericolosa, gli Eroi: carisma e doti straordinarie non fanno al caso della Folla, che è ricca di buon senso e deve finalmente imparare ad applicarlo.
 Folla, Capi, buon senso civico, sentimento di rivalsa verso la società politica e i partiti. Beppe Grillo, il comico che manda a quel paese tutti e tutto, anche internet ai tempi che furono, non si è inventato nulla. Niente. Nada. Nothing. Nisba. Insomma: ha riciclato, probabilmente senza saperlo, ma avendo la faccia di tosta di occupare un’intera piazza per farsi sentire in tutta Italia.
 L’Uomo qualunque fece una brutta fine dopo l’exploit iniziale. Si racconta che un giorno, ormai con il posto tranquillo alla Camera, Giannini si ritrovò addirittura d’accordo con l’arcinemico Togliatti:
 In quanto poi al nostro sistematico insultatore, cioè l’on. Giannini che dall’aprile del 1948 a oggi continua a coprirci di fango perché l’avremmo fregato alle elezioni insinuando cervellotici pericoli di collusioni tra lui e i comunisti, lasciamo la parola all’on. Togliatti il quale, tra le altre cose, nel suo discorso alla Camera ha detto rivolto all’on. Giannini: “E con persone come lei noi comunisti ci potremmo anche intendere, disposti a mettere da parte quello che ci divide, a far blocco su quello che ci unisce, l’amore della pace voglio dire, e la pensosa sollecitudine per le sorti del nostro Paese”. E il fatto che, alla fine, l’on. Giannini si sia congratulato con Togliatti sta a dimostrare appunto che egli stesso si ritiene tuttora uno di quelli disposti a intendersi con i comunisti. Perché allora ce l’ha con noi? (Giovannino Guareschi, da Giro d’Italia, Candido n. 29, 16 luglio 1950)
giovedì, settembre 20, 2007

E' il figlio del '55

Si potrebbe pensare che peggio di questo governo non ci sia nient’altro. Che l’esecutivo mal gestito di Prodi è il miglior esempio di come non si può condurre una nazione. Che abbiamo superato ogni limite di decenza. Al contrario, questo governo è semplicemente il figlio di tanti altri governi che hanno riempito di scartoffie e ostacoli la nostra storia.
 In questi giorni ho ripreso in mano Mondo Candido 1953-1958, antologia che raccoglie i migliori articoli e vignette di Guareschi pubblicati sul settimanale nel corso di quei cinque anni durante i quali si progettava la svolta a sinistra, culminata nel primo governo Dc – Psi. Sorgevano aziende di stato, giornali di aziende di stato che promuovevano il nuovo corso (Il Giorno), figure politiche della sinistra democristiana che temevano missini e monarchici, non più i comunisti che forse non erano mai stati nemmeno così cattivi come si era creduto nel 1948. E io Le scrivo, Maestà, non per confermarLe la mia fede monarchia che non ha bisogno di conferme, ma per raccontarLe come stanno le cose qui in Italia. Per dirLe anzitutto che respiriamo a pieni polmoni aria di distensione. Pare che il pericolo comunista sia finito. Pare addirittura che si trattasse di una montatura o, per lo meno, di una sopravvalutazione del fenomeno comunista, ispirata, più che altro, dalla paura. Questo non è il mio parere, Maestà. Ma il mio parere non conta niente. Conta il parere di La Pira e dei lapiriani. (Lettera al mio Re, Candido n. 43, 23 ottobre 1955).
 Ora il lettore attento potrebbe pormi la domanda: ma scusa caro, dove trovi le analogie con il governo attuale di Romano Prodi?
 Beh, in tutto, gli risponderei. La nostra economia è talmente statalizzata che piuttosto di vendere o far fallire un’azienda fallita come Alitalia questo governo è disposto a farci volare appesi ai vecchi biplani che attraversavano le Alpi e i deserti della Libia. I democristiani di sinistra che campano nell’Ulivo rimangono zitti di fronte ai ricatti della sinistra comunista che non è una invenzione berlusconiana, ma è realtà che si concretizza nei nomi dei partiti: Rifondazione comunista e Partito dei comunisti italiani. Al Giorno si è sostituito il Corriere, giornale di stato: l’endorsement di Mieli, le lettere dei ministri, le ricette per migliorare la burocrazia, il liberalismo che è congeniale alla sinistra. 
 Un altro passo in avanti della scienza è stato compiuto. Sappiamo chi sono i genitori del Professore.
lunedì, luglio 23, 2007

39 anni e un giorno fa

Ci lasciava Giovannino. Lui ha avuto la fortuna di non vedere l'Italia di oggi. Noi la sfortuna di non sorriderci sopra con le sue parole.

Giovannino ristoratore alle Roncole. Immagine di proprietà del Club dei 23

postato da: ringo alle ore 21:10 | link | commenti (2)
categorie: giovannino guareschi, i conti con la storia
mercoledì, luglio 04, 2007

Sono sempre quelli di allora...

 (…) Confesso che questa volta avevo sperato. Il Corriere della Sera riporta la notizia che il Ministro della Giustizia, Michele Di Pietro, non ha ancora firmato, per un motivo o per un altro, il decreto per la mia scarcerazione.
 “Da circa una settimana la domanda per Guareschi – che ha percorso il suo cammino procedurale ed ha subito la necessaria istruttoria – si trova nel gabinetto del ministro, il quale forse, preso dai molti impegni dell’ultima settimana, non ha ancora avuto il tempo di firmarla (…).
 Non mi preoccupo se il signor Ministro non trova il tempo di firmare il foglio che da “trentadue giorni” (non una settimana) giace polveroso sul suo tavolo. Il tempo di firmarlo lo troverà il suo successore. Devono andarsene tutti, come hanno vissuto: da poveretti. Piccola speranza perché sono capacissimi di negarmi anche la liberazione condizionale.
Giovannino Guareschi, carcere di San Francesco, Parma, giungo 1955
postato da: ringo alle ore 20:27 | link | commenti (1)
categorie: politica, giovannino guareschi, i conti con la storia
giovedì, giugno 14, 2007

Ieri come oggi

Adesso parliamo dell’altra faccenda di moda:
L’EUTANASIA
 Dopo il medico che ha ucciso per pietà la cliente inguaribile; dopo la ragazza che ha ucciso per pietà il padre inguaribile, ecco anche in Danimarca una faccenda del genere: davanti al tribunale di Copenaghen è comparsa la signora Agnese Soendengaad, rea di aver ucciso, avvelenandolo con gas, il figlio diciassettenne inguaribile. La signora se l’è cavata con soli due anni con la condizionale.
 Altro caso è successo a Detroit, in America: l’ex musicante Eugene Braunsdford ha ammazzato per pietà, con un colpo alla nuca, la figlia Virginia di ventinove anni, invalida ed inguaribile.
 Dopo questo gesto l’uomo ha sparato quattro revolverate anche a se stesso, ma disgraziatamente è guarito, e adesso probabilmente dovrà essere assolto dalla giustizia umana. Perché noi di questa faccenda della morte pietosa non ammettiamo neppure che si possa discutere.
(…) Nel campo della
RIFORMA BUROCRATICA
niente di nuovo. Le cose stanno così: nel 1915 lo Stato italiano contava esattamente 294.203 impiegati statali (popolazione: 36.600.000 ab.). Nel 1925 i dipendenti erano già saliti al numero di 508.000. Nel 1930 erano 528.000; nel 1935 erano saliti a 660.000. Al 1° luglio 1948 il personale statale comprende esattamente 1.074.415 dipendenti. Il che significa che mentre nel 1882 si contava un impiegato statale ogni trecento abitanti, adesso si conta un impiegato statale ogni quarantatre abitanti.
 Giovannino Guareschi, Giro d’Italia, n. 9, anno VI, 26 febbraio 1950
postato da: ringo alle ore 20:36 | link | commenti (4)
categorie: politica, giovannino guareschi, attualità
mercoledì, maggio 02, 2007

Ultime dal Mondo Piccolo (quello vero)

Il calendario delle manifestazioni del 2007.

E con qualche minuto di ritardo, auguriamo buon compleanno a GG: ne avrebbe fatti 99.

postato da: ringo alle ore 00:06 | link | commenti
categorie: giovannino guareschi
martedì, febbraio 27, 2007

Giovannino: istruzioni per l'uso (politico)

 Mi sono accorto che ultimamente ho scritto poco su Giovannino. Lo spunto mi è venuto leggendo un post con il quale il socio Danny avvisava che sarebbe andato in vacanza per una settimana. Nelle ultime righe parlava di satira, di satira di destra per la precisione, e citava Guareschi (right Brett?). Right Danny, ma una volta per tutte stabiliamo alcune regole per non cadere in tentazione.
 Indro Montanelli, collega e amico di GG, lo definì un socialista. Non aveva tutti i torti, perché se guadiamo ai socialisti di provincia, quelli che sono resistiti al terremoto capitolino degli anni ’90, hanno le idee ben chiare su come essere socialisti: non rompere le scatole a me che io non le rompo a te. Lascia tutto come è che ci penso io alla mia vita. E non parlarmi di comunismo, intesi?
 Però la realtà dei fatti è probabilmente diversa. Guareschi votò monarchico, non perché apprezzasse in modo particolare il partito monarchico, quanto perché preferiva la monarchia a quella che sarebbe divenuta la repubblica delle bustarelle (e stiamo parlando del 1946). Sosteneva a gran voce e brillantemente i valori conservatori: famiglia, individuo, lavoro, responsabilità, patria, merito e Dio. Potrei continuare all’infinito. Ma la domanda che per fortuna non troverà mai risposta è: a quale partito lo riconduciamo a questo punto?
 A nessuno. Lasciamo perdere il fatto che disegnò alcuni manifesti elettorali per i monarchici e i liberali, quello era il suo mestiere. Poniamo l’attenzione ancora una volta sulla realtà dei fatti:
 Guareschi è contro intellettuali, comunisti, clericali, egoisti, voltagabbana, vigliacchi, sfaticati, permissivismo, modernismo, progressismo, razionalismo, partitocrazia, corruzione, lottizzazione, clientelismo, materialismo, consumismo, globalizzazione, divisione del mondo in blocchi, omologazione, lassismo, maleducazione, disimpegno, razzismo…[1]
 Un uomo con queste caratteristiche, nell’Italia di allora come in quella di oggi, non trovava alcuna collocazione partitica. Politicamente possiamo invece dire senza troppi problemi che era un anarchico conservatore. Anarchico perché non aveva corde che lo legavamo irrimediabilmente a qualche ideologia se non alle sue idee. Conservatore dal momento che non saprei come altro immaginarmelo.
  
[1] V. M. Ferrazzoli, Guareschi, l’eretico della risata, Lungro, Costantino Marco Editore, 2001; pag. 213
postato da: ringo alle ore 13:20 | link | commenti (4)
categorie: giovannino guareschi
martedì, novembre 21, 2006

UN GALANTUOMO

 Ieri pomeriggio ho incontrato una di quelle persone che abitano nella case accanto alle quali passiamo un sacco di volte e che mai immagineremmo possano essere abitate da personaggi che resteranno anonimi o sconosciuti per i più, ma che lasciano qualcosa a chi li incontra. Io, per l’appunto, ieri sera ho avuto la grande fortuna di conoscerne una. E’ un pittore di Codogno che ha vissuto intensamente la sua vita, stando ai racconti di quando faceva pure l’autostop in autostrada, con i capelli lunghi e la chitarra in mano, oppure di quando si fermava in mezzo alla strada perché trovava un angolo da fermare sulla tela. Poi la vita gli ha riservato il dolore tutto nell’animo per la morte della affezionatissima moglie e quello fisico per un ictus che gli ha paralizzato gli arti sinistri del corpo. “Ho sofferto troppo per la il tumore al cervello di mia moglie che io ho avuto un ictus. Però mi rimane questa – indicando la testa – e sono contento!”. E così si muove con l’aiuto di un bastone a tre piedi, cammina lentamente avanti e indietro per la casa, fa tutto con un una sola mano e si tiene compagnia con Eolo, il fidato gatto che pare quasi un soprammobile talmente se ne sta tranquillo sul tavolo a ronfare. Nell’attesa che vengano a trovarlo le tre figlie o un amico.
 In comune abbiamo molto: prima di tutto, quell’uomo con i lunghi baffi dal nome di Giovannino Guareschi. Sa tutto, conosce ogni cosa, non ha mai incontrato i figli Alberto e Carlotta, ma è come se li incontrasse tutti i giorni, chiedendomi dei loro figli ed io non sempre sono riuscito ad esaurire le sue richieste. L’unico rimpianto è quello di non aver mai incontrato di persona lui, Giovannino. Altro tratto in comune. Però gli ho promesso che un giorno lo porterò alle Roncole per salutare i figli, Albertino e la Pasionaria. “Era un futurista. Ha azzeccato tutto quello che è successo anche dopo la sua morte, quindi è un futurista!”. “Come colori non è che fosse particolarmente bravo, però sicuramente dava il meglio nelle caricature”, afferma da critico.
 Altra cosa in comune: l’anticomunismo. Li chiama signori per rispetto, ma non li sopporta. Il totalitarismo rosso è la negazione totale dell’individuo, della persona. “Dovrebbero avere il senso della comunità ed invece è sempre un io, io, io continuo! Lo sono per invidia dei signori, quelli che stanno bene. Avverto sempre quelli con cui parlo, per prima cosa gli dico che sono un anticomunista. Perché poi fanno quella faccia un po’ titubante se fai una battuta su di loro. Allora io glielo dico subito!”.
 Terza cosa che abbiamo scoperto di condividere: casa. “Quando sono tornato dal militare mi sono sentito di nuovo a casa solo dopo aver visto il campanile della chiesa: per tutti deve essere così, perché in quella chiesa sei stato battezzato e ti sei sposato. Io l’ho visto e mi sono reso conto di essere tornato. Era mattina presto e ho salutato mia mamma che usciva di casa e andava alla prima messa, faceva freddo, c’era la neve. Una signora vecchia con lei teneva le ciabatte in mano. Le ho chiesto perché e lei mi ha risposto che a messa si va con il paio buono e quindi camminava scalza. Ora invece le ragazze girano quasi nude per strada!”.
 Con me c’era un carissimo prete di una parrocchia vicina ed è proprio grazie a lui se ho incontrato questo vulcano di idee e sensazioni. Ad un certo punto lo guarda e gli confessa di avercela con Lui ultimamente per quanto ho dovuto sopportare, facendo riferimento quasi esclusivamente alla sofferenza della moglie che lo consigliava così: quello che senti nel cuore, fallo.
 Abbiamo chiacchierato per due ore, del più e del meno come si dice in questi casi: del libro che sta scrivendo, dei quadri più belli che dipinto, delle lunghe camminate in Val d’Aveto, attraversando con il cane le colline fino a Chiavari e di altro ancora. Ho provato un piacere enorme. Mi aspetta di nuovo a trovarlo, gli ho lasciato il numero di telefono e del cellulare. “Non disturbo?”, mi ha chiesto. Ci mancherebbe altro, ho risposto stringendogli la mano destra e promettendogli ancora una volta che avrò la soddisfazione (perché di questo si tratta, di soddisfazione) di accompagnarlo dai figli di Giovannino. I galantuomini hanno il sacrosanto diritto di conoscersi.
postato da: ringo alle ore 10:48 | link | commenti (1)
categorie: giovannino guareschi, gente così
giovedì, settembre 14, 2006

Il discorso politico di Guareschi (per quelli che il 25 non ci saranno)

  Cogliere le simbologie del discorso politico di Guareschi esaminando la produzione letteraria e satirica: questo è l’obiettivo del mio studio intitolato “Il discorso politico di Giovannino Guareschi: una analisi empirica”. Per raggiungerlo mi sono avvalso di una metodologia di analisi semplice, ma nel contempo rigorosa che prevede la formulazione di quattro categorie nelle quali far rientrare gli enunciati estrapolati dagli articoli e i simboli colti dalle vignette che costituiscono il campione sul quale ho lavorato.
  Le quattro categorie sono: “partiti e capi partiti”, che racchiude enunciati e simboli riferiti ad un partito (la DC in questo caso) o al suo leader; “nazione”, che racchiude invece quegli enunciati e quelle vignette che fanno riferimento alla collettività del “noi politico”, l’insieme di individui con le loro preoccupazioni, richieste e idee del quale Guareschi si fa portavoce; “istituzioni”, con enunciati e simboli riconducibili al regime politico italiano; “società”, che raccoglie riferimenti ai mezzi di informazione, in particolare i giornali di partito.
 In un primo momento ho svolto una analisi statica dei dati che permette di cogliere la consistenza delle categorie. Da qui si nota come oltre il 75% degli enunciati e quasi l’80% delle vignette ricadano nella prima categoria”, mentre a grande distanza segue la “nazione” e solo residuali risultano le categorie “istituzioni” e “società”. In seguito, con il trattamento dei dati lungo l’arco temporale 1946 – 1954 è stato possibili introdurre in ogni categoria una polarità positiva e negativa che permette di identificare gli enunciati e i simboli di sostengo e di denuncia. Guardando ai risultati, prende forma il dualismo “partiti e capi partitici” – “nazione”. Infatti accade spesso che ad un enunciato di denuncia nei confronti della Democrazia Cristiana e dei suoi leaders quali possono essere De Gasperi e Scelba, fa da contro altare una espressione verbale o simbolica con polarità positiva riferibile alla categoria “nazione”. Ciò accade nel momento in cui la DC è impegnata a risolvere i conflitti tra le sue diverse correnti a discapito, secondo Guareschi, del costante pericolo comunista. Il giornalista parmense prova cosi a far leva sui sentimenti come la famiglia, la patria e l’individuo per scuotere la classe dirigente dal suo torpore.
 Il risultato complessivo di questa analisi definisce quindi i tratti salienti del discorso politico guareschiano: 1) l’alternarsi di enunciati di sostengo o denuncia; 2) il susseguirsi di vignette nelle quali i connotati dei protagonisti cambiano a seconda del loro agire politico; 3) la continua difesa dei valori che costituiscono l’idea di nazione per Guareschi. Questi sono i tre ingredienti del populismo guareschiano, che spesso si avvale di alcune espressioni come “… i vecchi e famosi tromboni della DC”, “i politicanti” e “i professionisti della politica”.
 Per una corretta interpretazione è però necessario confrontarlo con il linguaggio politico di altri personaggi della scena politica di allora.
 Il primo confronto è con il populismo di Dossetti. Tra i due non vi è alcun punto in comune, dal momento che Guareschi è politicamente e non partiticamente riconducibile all’area di destra, mentre Dossetti è uno dei protagonisti della sinistra cattolica. E se quest’ultimo ha come obiettivo la critica del capitalismo venata di un romanticismo ormai ottocentesco, in Guareschi non si riscontrano critiche così accese verso questo sistema economico, anzi più volte esalta l’importanza dell’individuo.
 L’altro confronto è con Achille Lauro. Un solo punto in comune c’è tra i due: la fede monarchica. Molte invece le differenze. Anzitutto Guareschi non partecipò mai alla vita politica attraverso un partito come al contrario fece il “Comandane” dalle file del Partito Nazionale Monarchico. In secondo luogo, mentre il populismo di Lauro si appoggia a due pilastri quali il paternalismo ed il meridionalismo e si pone per obiettivo la rivalsa contro gli ostacoli burocratici, Guareschi nutrì sempre un forte senso per le istituzioni derivatogli dall’esperienza materna di maestra delle elementari e dalle letture giovanili che comprendevano il “Cuore” di De Amicis.
 Infinte il terzo raffronto è con Guglielmo Giannini. Entrambi furono direttori di un giornale satirico (Giannini fondò l’Uomo Qualunque) e scrittori (Giannini infatti era autore teatrale) e per quanto entrambi di destra, avevano una visione politica ben diversa. Nel libero “La Folla”, manifesto del qualunquismo, Giannini si convinse che attraverso il progresso scientifico il cittadino qualunque potesse liberarsi dei Capi, affidando il potere ad un “buon ragioniere” e facendo a meno della competizione partitica per l’accesso al potere. Guareschi, oltre a criticare l’eccessivo progressismo scientifico da romantico conservatore quale si definiva, non era per principio contro le formazioni politiche, dal momento che, come si è potuto ricavare da questa ricerca, non mancò di sostenere anche la DC quando questa si rendeva garante degli interessi degli italiani, facendo poi venir meno il sostegno nel momento in cui la sua azione politica si limitava alla sola conservazione del potere.
postato da: ringo alle ore 17:13 | link | commenti (1)
categorie: giovannino guareschi
venerdì, settembre 01, 2006

Giovannino il populista

 Parlo di me e parlo di Guareschi. Perché ormai la data si approssima e così il 25 settembre discuterò la tesi in comunicazione politica sul discorso politico di Giovannino. In questi ultimi nove mesi ho spulciato gli articoli che vennero pubblicati sul Candido dal 1946 al 1954 e lo stesso ho fatto con le vignette, ma solo per il biennio ’53 – ’54, beccandomi anche una congiuntivite sotto Natale per colpa (anche) della polvere e delle pagine ingiallite (come ricorderanno i gemellini terribili). Alla fine di tutto sono arrivato ad una conclusione alla quale, in realtà, Marcello Veneziani e Marco Ferrazzoli, entrambe firme di Libero, ci erano già arrivati: Giovannino Guareschi è un maledetto populista. Roba che se lo venisse a sapere Baricco e Scalfari ci troveremmo a dover leggere articolini cinque pagine ciascuno sulla Repubblica, il che causerebbe immagino un suicidio di massa nella sinistra fighetta e allora, sperando che qualche fighetto sinistroso passi per questo blog e che lo vengano a sapere i due citati poche righe sopra, lo ripeto: Guareschi era un populista.
 Potrebbe sembrare una offesa, ma non è così. D’altra parte i fatti non mostrano il contrario. Passando in rassegna gli articoli che riguardano il legame tra Guareschi e la Democrazia Cristiana dalle elezioni per la Costituente a quelle per la II Legislatura, è più che evidente come il clima fosse cambiato nel corso degli anni. Parentesi obbligatoria prima di proseguire: Guareschi non era un democristiano, per quanto in molti lo credano e spingano perché altri ancora caschino nel tranello. Il fatto che con i suoi manifesti avesse sostenuto il blocco moderato alle elezioni del 1948 non basta perché venga assimilato a quella componente politica: ricordiamo che dall’altra parte c’era il Fronte Democratico Popolare PCI + PSI. Non so se Guareschi fosse di destra (cosa molto probabile) o, a detta del suo amico Montanelli, un “socialista riformista”: di certo era anti comunista e anti degasperiano.
 Ne sono prova i commenti e le vignette pubblicate in seguito all’affossamento del governo Pella e al nuovo esecutivo guidato da Scelba, il delfino dello statista trentino. In una caricatura, De Gasperi si trasforma in una vecchia ciabatta pronta per essere riutilizzata ad ogni cambio di guardia: il sempre pronto. Eppure sette anni prima era il Presidente del Consiglio che in un’altra vignetta riceveva in una grande busta la direttiva ad essere forte: il voto degli italiani. Dal sostengo quasi incondizionato alla polemica più feroce.
 GG era un vecchio uomo d’onore e non le mandava certo a dire, così quando si rese conto che la DC si sarebbe ben presto trasformata in quella balenotta crociata quale si è dimostrata nel corso degli anni a venire, l’accaparratrice di sedie mai sazia, non impiegò un secondo di più per bastonare il partito che aveva tradito le speranze degli italiani. Il populismo di Guareschi nasce quindi dal rapporto fiducia – odio per il leader storico del movimento cattolico: non aderì mai appieno alla DC e non sopportò il deragliamento a sinistra che ha il suo apice nell’astensione del PSI sul voto di fiducia dell’esecutivo Moro del 1963, ma che allo stesso tempo era partito da molto lontano, dalla metà degli anni ’50, quando le correnti di sinistra tagliarono fuori quelle liberali guidate, per l’appunto, da Giuseppe Pella. Di fronte alle manovre per gli interessi del singolo partito non si tratteneva dal pubblicare pungenti editoriali e bellissime vignette che servissero da monito ai “vecchi tromboni” e ai “politicanti di mestiere”, idealizzando un’Italia che purtroppo non si realizzò. Secondo la logica populista, alle basse azioni dei politici replicava indicando quelli che realmente erano gli interessi della popolazione e dell’Italia, facendo leva sui valori della nostra penisola pre boom economico: il lavoro, la famiglia e la religione. Senza mai far venir meno il rispetto per le istituzioni, per lo Stato e l’individuo.
 Appuntamento tra tre settimane.
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categorie: giovannino guareschi, attualità, i conti con la storia
lunedì, luglio 24, 2006

Fatal dimenticanza...

  Sonnecchiando per pomeriggi interi, mi sono dimenticato di postare in occasione dell'anniversario di morte (22 luglio) di Giovannino che coincide con quella di un altro grande vecchio del giornalismo, Indro Montanelli. Così recupero riproponendovi la biografia minima da me curata e raccolta dal sempre bravo Mascellaro.

  In quei giorni sì che mi davo da fare.

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categorie: giovannino guareschi
mercoledì, maggio 24, 2006

24 maggio 1915

Mosso dal grande post del grande Danny, riproponiamo il discorso tenuto da Peppone un bel giorno di primavera nella piazza di Brescello, dal film Don Camillo e l'Onorevole Peppone

Cittadini lavoratori! (applausi)
Prima di presentarvi il compagno indipendente avvocato Cerratini, (applausi) voglio dire due parole alla reazione clericale, atlantica e guerrafondaia che tutti ben conosciamo (applausi),
a quegli sporchi neri che parlano di patria, di sacri confini minacciati e di altre balle nazionaliste che la Patria siamo noi, la Patria è il Popolo!
E questo popolo non combatterà mai contro il glorioso Paese del socialismo che porterà al nostro proletariato oppresso la libertà e la giustizia!
(applausi)
E voi giovani che andate nelle barbare caserme, direte a coloro che tentano di armarvi e di usarvi per i loro sporchi interessi, direte a coloro che diffamavo i lavoratori… (si levano dal campanile le note della Canzone del Piave)
…Direte ai calunniatori del Popolo, direte che i vostri padri (qui Peppone cambia espressione e gli occhi cominciano a farsi lucidi) hanno difeso la Patria dal barbaro invasore che minacciava i sacri confini e che noi del ’99 (1899, n.d.r.) che abbiamo combattuto sul Monte Grappa, sulle petraie del Carso e sul Piave saremo sempre quelli di allora e che quando tuona il cannone è la voce della Patri che chiama e noi risponderemo “Presente!”. (Peppone, intanto, con il braccio spinge via il Cerratini che prova a fermarlo, mentre don Camillo dalla torre campanaria si mette sull’attenti e sussurra “Presente!”)
Noi vecchi che abbiamo sul petto le medaglie al valore conquistate sul campo di battagliaci ci troveremo come allora a fianco dei giovani e combatteremo sempre ed ovunque, getteremo l’anima oltre l’ostacolo e difenderemo i sacri confini d’Italia contro qualsiasi nemico, dell’Occidente e dell’Oriente, per la difesa del Paese e al solo scopo del bene indissolubile del Re e della Patria!
Viva la Repubblica, viva l’Esercito!
(Un tripudio accompagna la fine del discorso e anche don Camillo applaude calorosamente il compagno sindaco Giuseppe Bottazzi)

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categorie: giovannino guareschi, i conti con la storia
mercoledì, maggio 10, 2006

Dal Mondopiccolo (quello vero)

Noi ve la consigliamo di cuore

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martedì, maggio 02, 2006

Alla (ri)cortese (ri)attenzione dello stesso presidente comunista della Camera

Il comunismo non può portare all'elevazione del proletariato perchè di qualcuno esso cerca di fare nessuno. Collettivismo è contro natura. (Giovannino Guareschi, dicembre 1955)

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giovedì, aprile 27, 2006

Mondo Piccolo

Ultime nuove dal Mondo Piccolo, quello vero
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domenica, marzo 26, 2006

Il modo migliore per affrontare un articolo di Michele Serra è quello di compatirlo. Ma questa volta, dopo aver letto l'editoriale di oggi di Feltri, non ci ho più visto. Il Serra si vanta del fatto che a sinistra hanno avuto e hanno ancora (ancora?) fior fiori di commedianti, comici e satirici, mentre a destra c'è solo il deserto.

Ora io già lo sento che mi pentirò di averlo fatto, che non devo assolutamente rilegarlo ideologicamente a destra, ma ho anche l'obbligo di ricordare al compatito di Repubblica che Giovannino Guareschi, l'autore italiano più tradotto al mondo, era un maledetto anticomunista. Un maledetto sentimentalista borghese. E un maledetto e stramaledetto ottimo giornalista, vignettista, raccontista e sceneggiatore. Un uomo solo capace di valerne cento e più dell'altra parte. Studia Serra!

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categorie: giovannino guareschi, la nostra opinione
giovedì, marzo 02, 2006

Correva l'anno 1956: un caso di (in)giustizia per Giovannino Guareschi

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giovedì, febbraio 09, 2006

Foibe e dintorni

E' ora di (ri)contarli!

  E' ora di contarli!, aveva come titolo un articolo di Guareschi pubblicato sul Candido non appena vennero a galla le notizie sugli eliminati dopo il 25 aprile. E non si riferiva solo ai morti per mano comunista in Italia, ma anche in Istria e attorno a Trieste per colpa dei soldati titini. Ho ripassato, in questi ultimi mesi, un sacco di volte le pagine del giornale di GG spulciando i nomi e i numeri dei corpi ritrovati nelle viscere di quelle terre. Ed era sempre come se sentissi una coltellata alle spalle perché quella storia è stata cancellata e, tuttora, è taciuta se non per un giorno all'anno. Ma quello che ancora oggi fa davvero pena è il silenzio dei discendenti della classe politica di sinistra di allora. Non parlano, ammutoliscono omertosi.

  E' ora di ricontarli, signori!

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domenica, gennaio 29, 2006

Oggi su Libero un bell'articolo del Giovannino al Bertoldo.
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giovedì, gennaio 05, 2006

Peppone, il partigiano dal cuore buono
 Da grande personaggio quale era, Giovannino Guareschi si è di certo assicurato un posto in prima fila tra i giornalisti e scrittori che hanno saputo riscrivere la storia del dopoguerra italiano sin dal 1946, pubblicando dapprima nella rubrica Giro d’Italia del suo Candido le notizie dei ritrovamenti di cadaveri sparsi per tutto il Nord, dall’Emilia all’Istria, e riportando poi i fatti tragici per le eliminazioni a sfondo politico operate dai comunisti che non deposero le armi in attesa di una rivoluzione proletaria.
 Giovannino ribadì la sua onestà intellettuale anche in occasione della saga cinematografica di Don Camillo. Nel terzo episodio della serie, Peppone deve affrontare gli esami di quinta elementare per correre per un posto in senato. Ovviamente don Camillo ride all’idea che il sindaco compagno non riesca a cavare un ragno dal buco di fronte al problema di matematica, ma si lascia poi scaldare il cuore del figlio più piccolo di Peppone e così, con il pretesto di un affare urgente, lascia un bigino all’esaminando. Indicandogli pure la traccia del tema di italiano.
 “E chi sarebbe questa persona che non avrei scordato?”, domanda Peppone.
 “Me!”, risponde tranquillo e dato quasi per scontato il fatto don Camillo.
  “Voi non siete un uomo, siete un prete!”, obietta Peppone che appena dopo riceve una bella pestata sul piede.
 “Prima le pigli dall’uomo, poi le buschi dal prete!”, minaccia allora don Camillo.
 Tornato in classe Peppone inizia il racconto: “a cuel tempo stavo alla Macchia…” (‘cuel’ viene subito corretto in ‘quel’). Così Giuseppe Bottazzi torna ai tempi da partigiano e più precisamente racconta di quando lui, il Brusco, lo Smilzo e altri imprigionarono un fascista il quale, ferito a morte, chiedeva un prete per confessare sia la sua anima che informazioni delicate.
 “Puoi dircele a noi!”, afferma uno dei rossi.
 “Noi, perché voi informereste i vostri e danneggereste i nostri!”.
 Alla fine Peppone, che prima di essere un comunista era un uomo, prende e va a cercare uno stramaledetto prete. Il caso vuole che quel pretino intimorito dalla vista delle armi sia don Camillo, per l’occasione barbuto. Intimorito dalle armi secondo la versione di Peppone, in realtà don Camillo si presenta con un moschetto puntato alla schiena di colui che diventerà il suo acerrimo nemico – amico. I due tornano così insieme alla baracca dove sta il moribondo che può confessarsi e lasciare dette a don Camillo cose importanti che impediranno l’arresto di cinquanta partigiani.
 Risulta evidente che la nobiltà d’animo di Peppone – pronto a beccarsi una pallottola pur di procurare un prete ad un fascista in punto di morte – è quella di Guareschi che trascorse gli ultimi atroci anni della Seconda Guerra Mondiale in prigionia in Germania. Giovannino rende giustizia sia a quei partigiani come Peppone che non combatterono per tornaconto personale e che si trattennero dalle vendette private sia a quei fascisti che fecero la scelta opposta, affrontando con valore di soldati e non assassini la guerra civile, salvando la vita ad altri italiani che pure stavano sull’altra parte del fronte.
 Condito con il solito umorismo sano e vero che lo ha reso l’autore italiano più tradotto al mondo, Guareschi già negli anni ’50 aveva riscritto a suo modo la storia italiana che, purtroppo, non transiterà sui testi di scuola se non dopo essere stata doverosamente spurgata e censurata. Dai sanguinosi avvenimenti del Messico d’Italia – così battezzò l’Emilia – alla vicenda di un fascista che pur essendo tale non doveva per forza essere un nemico verso il quale non dimostrare alcuna pietà. Un piccolo mondo di umanità in una stagione che di umano ebbe ben poco.
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domenica, dicembre 25, 2005

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Domani nel Mondo Piccolo è prevista neve.

(Immagine di proprietà del Club dei 23, non sgarrate)

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martedì, novembre 08, 2005

Ultime dal Mondo Piccolo (quello vero) in trasferta

Siete tutti ufficialmente invitati. Ci saranno anche Alberto e Carlotta, i figli di Giovannino che mandano avanti il Club dei 23. E ci sarò io, visto che sono di casa questa volta. Sabato, ore 11.

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domenica, ottobre 30, 2005

Celentano & co. urlino pure, ma in galera ci è finito solo Guareschi 
Ci ha pensato il giovane direttore della Provincia di Como Michele Brambilla a mettere in ordine le cose con un articolo su Libero di questa domenica: l’unico uomo di satira finito in prigione era di destra e si chiamava Giovannino Guareschi. La vicenda per i nostri lettori è nota: Guareschi finì dietro le sbarre con l’accusa di diffamazione per aver pubblicato sul Candido alcune lettere firmate da De Gasperi nelle quali il Presidente del Consiglio italiano invitava gli americani a bombardare Roma nel 1943. Il processo fu viziato da una perizia calligrafica non concessa a Giovannino e dalla condanna scontata nel carcere di San Francesco a Parma.
 Una bella lezione di storia per tutti quelli che in queste ultime settimane si sono dati a spropositi giudizi: regime, liste di proscrizione, comici censurati perché parlano male di Berlusconi. Eppure sono tutti lì, in televisione o attraverso i giornali, liberi di sbraitare come vogliono.
 A GG andò male: per l’Azione Cattolica era paragonabile ad uno scarafaggio, per un altro giornale cattolico torinese rappresentò l’italiano mediocre, per l’Unità non era mai nato.
 Pagò la sfortuna di essere anticomunista.
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domenica, ottobre 16, 2005

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sabato, ottobre 15, 2005

E’ la stampa, compagno!
 Il Foglio di oggi pubblica una bella pagina curata da Stefano di Michele sulla lingua di ordinanza adottata dalla stampa comunista nel dopoguerra per mostrare ai compagni italiani le innumerevoli grandezze dell’Unione Sovietica comandata da Papà Stalin. L’attacco dell’articolo è il momento più bello, chiaramente: Creduloni ma con giudizio, i vecchi compagni di sezione raccontavano la seguente barzelletta: il figlio di un iscritto al partito torna a casa da scuola. “Papà, papà, lo sai che i coccodrilli volano?”. Il saggio genitore molla uno scapaccione al pargolo: “Sei scemo? Chi te l’ha detto questa stupidaggine?”. Il bambino: “La maestra, dice che l’ha letto sull’Unità!”. E il genitore militante: “Beh, proprio volare volare no, ma mezzo metro da terra i coccodrilli si alzano…”.
 L’unica peccato è che Stefano di Michele non riporta (probabilmente perché proprio non gli è passato per la testa) il nome del primo vero traduttore di questa lingua impartita dalle direttive e dall’Unità, Giovannino Guareschi. Le pagine del Candido sono piene di vignette che dissacrano questo clima per cui “l’ha detto l’Unità, allora è vero!”, basta cercare la rubrica Obbedienza cieca, pronta, assoluta, introdotta dall’arrivo a tutta velocità di un messo de partito che sbraita ai compagni intenti a masticare erba: “Contrordine compagni! La frase pubblicata sull’Unità “occorre un’Italia senza prati” contiene un errore di stampa e pertanto va letta: “Occorre un’Italia senza preti”. Oppure ancora, così a memoria, ecco che il solito messaggero arriva di fronte ad una pasticceria dove i trinariciuti si sono dati appuntamento con cartelli che riportano “abbasso i cannoli” e “abbasso i bignè”: “Contrordine compagni! La frase pubblicata dall’Unità: “Bisogna fare una dimostrazione contro i mercanti di cannoli” contiene un errore di stampa e pertanto va letta: “Bisogna fare una dimostrazione contro i mercanti di cannoni”. Una fede assoluta nel verbo del comunismo, al punto che i comunisti sono pronti a menare il loro capo Togliatti perché hanno letto che “è pestato fra le nostre file”, quando in verità doveva esserci un “è restato fra le nostre file!”.
 Oltre alle vignette, nell’altra celebre rubrica Giro d’Italia, GG procede ad una rassegna stampa delle notizie provenienti dalla Madre Russia e riprese dalle gazzette italiano, come la storia della Stakanovacchissima: La notizia è tratta dal Progresso d’Italia e dal Corriere del Po: “Una vacca Kostroma del sovchoz Karaveno produce dai 40 ai 50 litri giornalieri. Da una produzione di 1.000 – 1.500 litri all’anno ogni capo, il sovchoz è passato ai 12mila e perfino ai 16 mila litri giornalieri nei migliori esemplari.” Una vacca che dà dai 12mila ai 16mila litri al giorno è il vero Stalin delle vacche, commento Guareschi. Ovviamente nel corso del tempo i giornali russi attribuiscono a scienziati sovietici le invenzioni dell’automobile, della radio e addirittura della bicicletta.
 Ma l’uomo di sinistra vive anche di cultura ed ecco uno stralcio da Vie Nuove del novembre 1948: L’amore hollywoodiano ha sempre costituito una sorte di codice amatorio della morale borghese... nel cinema sovietico l’amore tra uomo e donna, raccontato sempre con estrema delicatezza, è prima di tutto una unione spirituale, un incontro di interessi umani e d lavoro. Ricordiamo il semplice idillio dei due combattenti rivoluzionari in Ciapaiev dei fratelli Vassiliev: e si può dire che da quell’esempio classico – l’innamorata che si fa spiegare dal suo ragazzo il funzionamento della mitragliatrice – è nata la coppa del Compagno P che va a mettere una mina per far saltare una colonna nemica…”. Ora si spiegano le lotte sindacali con i mitra e le pistole.
 E così spiega come sia possibile che due comunisti, passando davanti ad una casa sul cui muro c’è una copia dell’Unità a testa in giù, sentenzino: “Guarda, una casa al contrario!”. Leggere troppo può far male.
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categorie: politica, giovannino guareschi
lunedì, ottobre 03, 2005

Giornalisti e non, allora come oggi 

 Tra sabato e domenica si è consumato l’ennesimo sciopero dei giornali italiani. Non tutti vi hanno aderito, per nostra fortuna. D’altra parte, sempre per nostra fortuna, chi ha aderito ci ha regalato due giorni senza bufale sbattute in prima pagina. Ormai siamo abituati alle bugie che ci vengono date per vere dai cronisti di casa nostra, soprattutto quando trattano di politica estera, di Bush, Blair e della guerra in Iraq. Ci abbiamo fatto il callo, ma un giorno senza di loro serviva proprio.

   Ma spulciando sempre tra le pagine del Candido di Guareschi (lui era un grande giornalista non solo perché sgobbava come un matto da mattina a sera ma anche perché sapeva parlare male dei colleghi pur restando il Giovannino onesto di sempre) ecco che, a pochi giorni dalle elezioni del ’48, viene pubblicato un articolo dal titolo “Giornalisti e non”. GG fa le pulci alla Gazzetta di Milano, diretto da G. Titta Rosa, e a Basta, settimanale comunista di Gemisto, dietro al cui nomignolo si cela l’on. Franco Moranino.

   Sul quotidiano milanese il vescovo di Lecce di allora (marzo 1948) viene accusato di essere stato l’istigatore di una violenta manifestazione che ha trasformato in tragedia l’avventura di una comitiva di bambini, giovani e ragazze che partecipano ad una gita organizzata dal Fronte Democratico Popolare. L’articolo preso in considerazione parla di preti che urlano di gettare in mare i poveri giovani, che si lanciano contro delle ragazze che a loro volta li prendono a schiaffi per evitare di essere palpate dai “pomicioni in tonaca nera”, di partigiani assaliti e soccorsi dai socialisti accorsi in loro aiuto per salvarli dalla calca dei fedeli. Ma la gioiosa macchina da guerra reazionaria non può niente contro la compattezza del Fronte che già in serata organizza una manifestazione per le vie di Otranto. E il vescovo è al centro di tutto per Titta Rosa e compagni: il porporato, dal pulpito, avrebbe infatti eccitato i suoi parrocchiani a gettare in mare i vacanzieri come gli antenati avevano fatto contro i turchi, mettendo in giro voci sull’arrivo imminente di russi pronti a rapire donne e bambini.

   Dalla tragicità si passa al pragmatismo di Gemisto, titolare della rubrica che ospita le lettere al direttore.

   Nella prima raccomanda ad una donna indecisa di Trivero di sposare pure un uomo più anziano di lei in grado di assicurarle una prospettiva di ricchezza dopo tanti anni di miseria. “Ti direi di sposarlo. Sarai sempre in tempo a consolarti con qualche tuo robusto coetaneo”, è la decisa sentenza del direttore. Ma il bello arriva dopo: una mondana capricciosa di Biella si lamenta della concorrenza di altre prostitute che hanno l’ipocrisia di farsi credere perbene. Gemisto, pur se comunista, le rifila un ragionamento che di comunismo ha ben poco, ma guarda dritto agli affari e alle sue tasche: “Eh, mia cara, il mondo è pieno di gente che, per una ragione o per l’altra, ci danneggia. Forse lo fanno per sport, oppure perché sono pagate dall’Acli per fare le krumire. Però, io penso, possono essere anche utili. Possono cioè provocare il ribasso dei prezzi con le loro prestazioni gratuite! E questo per noi uomini è un vantaggio apprezzabilissimo. Scusami, sai, ma gli affari sono affari.”.

   Davvero un bel leggere! Questo scrivevano gli antenati della nostra stampa liberal e progressista. Decisamente non so quanto sia cambiato. Verrebbe da dire, riprendendo l’ultima lettera, se leggono ancora un sacco di puttanate.

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categorie: giovannino guareschi
mercoledì, settembre 28, 2005

Giovannino l’apostata 
Mi è ricapitato fra le mani il Fogliaccio, notiziario quadrimestrale del Club dei 23, dell’aprile 2001. In prima pagina ospita una serie di interessanti articoli che nel corso degli anni sono stati pubblicati su giornali cattolici ed ecclesiastici, articoli nei quali Giovannino Guareschi era un satana borghese ed uno scrittore che aveva trasmesso la pubblico convinzioni errate sulla fede. Robe dell’altro mondo!
  Nel 1963 Giovannino scriveva per il Borghese, dato che il Candido era morto e sepolto. Sul settimanale di Longanesi pubblicò una lettera al Cardinale Josef Mindszenty, Primate d’Ungheria, perché non si allontanasse da Budapest, sotto la pressione di Kennedy, Kruscev ed anche del monsignor Capovilla: Lei è la nostra luce, lei è la nostra speranza. Lei è il simbolo della Chiesa martire e vittoriosa. Della Chiesa di Cristo che non accetta compromessi, perché si è con Dio o contro Dio e non esiste via di mezzo(…) Eminenza, non si lasci convincere: Lei dà fastidio (…) a Kennedy perché intralcia i suoi contatti diretti con Kruscev. A Kruscev perché fin che Lei rimarrà su terra ungherese, la speranza non abbandonerà gli oppressi ungheresi e tutti i cattolici d’oltre Cortina.
  Immediata arrivò la risposta del sacerdote Enzo Bisson sul Settimanale del Clero: I suoi libri su don Camillo ed il buon Peppone sono cosa per la quale l’Italia democratica, malgrado tutto, Le vuole ancora bene. Ciò che odora nei suoi libri di sana politica scaturisce, come Ella sa, da un insieme di strumenti artistici che si distruggerebbero se adoperati in una qualsiasi tribuna comiziale. (…) Perché si degrada, tramutandosi in personaggio inutile di se stesso? Perché crede di valere praticamente? Perché s’è dato al Borghese? E perché, soprattutto, si reputa in grado di suggerire addirittura una condotta pastorale al Card. Mindszenty? (…) Anche Lei si eleva a decantare la propria religiosità, in nome della quale vorrebbe insegnare a vivere a tutti i preti di questo mondo, ai Vescovi, ai Cardinali, al Papa addirittura.
  Tutto questo soltanto perché Giovannino aveva chiesto al Primate d’Ungheria di non mollare rimanendo baluardo di fede e libertà religiosa di fronte alla minaccia comunista.
  La lettere di don Bisson non era niente in confronto però a quanto riportò Miles Immaculatae, che pubblico questo ritratto di Giovannino dopo la sua scomparsa: Da qualche tempo sofferente di cuore, è morto a Cervia il 22 luglio 1968 Giovanni Guareschi, non meno conosciuto in Italia col nomignolo di Giovannino. (…) Venuto su da una giovinezza magra e triste, si fortificò alla “perfetta letizia” laica nei campi di concentramento nazisti, pago di essere dalla parte della ragione. D’allora concepì la vita come un amaro sogno da tradurre in opera e si studiò di trasfigurare la realtà quotidiana in una fiaba tipo platonico per bambini adulti. (…) L’immagine allegorica, se poeticamente esatta e impeccabile, portò sul piano pratico dell’ibridismo della coabitazione del bene e del male, dell’acquasanta e del diavolo nella stessa persona. (…) La riprova è data dalle molte pagine in cui egli descrive uomini e donne darsi alla vita allegra dinanzi ai simulacri della Vergine e dei Santi, senza alcune recriminazione da parte sua e senza pentimenti da parte di essi. (…) E gran parte dei lettori si radicarono nella convinzione di un cattolicesimo all’acqua di rose e di un comunismo all’italiana, si credettero autorizzati a procedere verso quella distensione alla buona che tanto ha fatto avanzare l’ideologia marxista presso il nostro popolo e tutto il mondo.
  Per fortuna qualcosa è cambiato.
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categorie: giovannino guareschi
mercoledì, settembre 21, 2005

Cara Bartolini, dimentica il Guareschi uomo 
  Le Storie Private di Libero ospitano oggi due lettere sull’aritcolo nel quale Farina paragonava la nuova rubrica del quotidiano diretto da Vittorio Feltri al Corrierino delle Famiglie di Giovannino Guareschi. Una è firmata da Alberto e Carlotta, i figli di GG, i quali si complimentano con Farina eccezion fatta per il passo in cui la falsità delle lettere di De Gasperi viene data per scontata. Lo stesso abbiamo scritto noi domenica. L’altra è invece di Simonetta Bartolini, da sempre attiva nel campo guareschiano, consolidando una forte collaborazione con il centro studi del Club dei 23 di Roncole Verdi gestito proprio da Albertino e la Pasionaria. La Bartolini, professoressa di Letteratura Italiana all’Università degli Studi San Pio V a Roma, non condivide la tesi di Farina, partendo dal fatto che, se abbiamo ben capito, il Guareschi del Corrierino delle Famiglie non è il Guareschi giornalista, ma lo scrittore dai lunghi baffi neri: come fa Farina a paragonare un’operazione giornalistica, come quella delle Storie Private, a Guareschi? Il paragone è fuorviante e sbagliato. Là uno scrittore, qui vicende intime di lettori senza (giustamente) pretesa. Da una parte la scrittura, dall’altra la spicciola cronaca che nasce dal rapporto giornale – lettori. Non ha tutti i torti, potremmo senza problemi affermare che il registro usato è diverso nei due casi. Nel sostenere la sua posizione, fa ricorso anche alla lingua di Guareschi, regalandoci una bellissima e corretta analisi: le sue dichiarate 200 parole non rappresentano, per esempio, l’effettiva estensione lessicale dello scrittore, ma alludono alla scelta di termini da lui quasi risematizzati in senso espressionista, si penso all’uso di “faccenda” che non è un sinonimo del generico “cosa”, ma un rafforzativo dal preciso valore stilistico. Traduciamo: le pagine dei libri - e non le righe del articoli – di Giovannino adottano quel linguaggio tanto semplice, ma altrettanto concreto che ribatte al neo realismo fatto proprio dalla sinistra. La Bartolini parla testualmente di “contro neo realismo”, “neo realismo dei sentimenti, delle passione e dei valori”, e “letteratura popolare senza essere populista”. E ancora una volta siamo pienamente d’accordo. Ma allora dove non ci ritroviamo?
  Forse (e giustamente) presa dal difendere il Guareschi scrittore, la professoressa si è dimenticata del Guareschi uomo, quell’uomo robusto e testardo che sapeva essere nello stesso tempo scrittore e giornalista, capace di stringere mani a destra e a sinistra (se Guareschi fosse rimasto nella sua vita solo uno dei due, non avrebbe avuto altro che nemici sia da una parte che dall’altra). Ha tralasciato nella sua argomentazione il gran fumatore, l’uomo libero che trovava la libertà nel percorrere le strade della Bassa sulla sua fedele moto o a bordo di un’Alfa veloce, il borghese che invidiava (e aiutava) i vaccari (Beati loro: le vacche non hanno complessi e ogni mattina, a mungerle, danno il latte che devono dare. Difficile munger un cervello inaridito.), l’uomo di fama internazionale che si guardava bene dal frequentare i salotti buoni un po’ (tanto) perché non lo invitavano, un po’ perché lui se ne stava bene nella sua famiglia. Il Corrierino delle Famiglie è il frutto del Guareschi scrittore, ma il Guareschi scrittore nasce dal Guareschi uomo.
  E i lettori di libri che inviano le loro lettere a Storie Private non sono altro che uomini che vivono nella loro semplicità.
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categorie: giovannino guareschi
domenica, settembre 18, 2005

Bravo Farina, ma…
Renato Farina oggi ha portato Guareschi in prima pagina, trattando del suo Corrierino delle famiglie e il che non può che fare piacere. Il vice direttore di Libero ha paragonato la rubrica Storie Private alla raccolta delle vicissitudini casalinghe e famigliari dello scrittore delle Roncole, perché queste sono le storie “dei milioni e milioni di uomini comuni che, con la loro assennata mediocrità, tengono in piedi la baracca di questo mondo”. Le sante parole sono, ovviamente, di Giovannino. Bisogna ringraziare giustamente Farina che ha avuto il merito di ritrovare la sua copia del Corrierino nella propria libreria e regalandone alcune parti ai suoi lettori.
Ma c’è il “ma” della giornata: nell’apertura dell’articolo, Renato Farina in poche righe liquida la vicenda De Gasperi con il classico giudizio per cui Guareschi sbagliò, che quelle lettere nelle quali veniva chiesto il bombardamento di Roma erano falso. La storia ci insegna che non è del tutto certo. Basta tornare con la memoria qui.
 
Ps: le piante e i prati sono ancora di quel verde lucido che l’estate può offrire, ma i primi colpi di fucile dei cacciatori sanciscono la fine della stagione. Aiutati dal tempo più novembrino che altro. Qui, si avvisano i gentili lettori, non abbiamo niente contro la caccia.
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domenica, settembre 04, 2005

  Se si chiude il rubinetto delle idee...

  Ogni tanto il rubinetto si chiude. Sembra che la testa sia piena di vento. Si scrive una riga, poi si cava il foglio dalla macchina e lo si butta via. Si mette un altro foglio, si accende un'altra sigaretta. In quale sigaretta si troverà l'idea? Nella quindicesima, nella venticinquesima? Io da tre ora stavo cercando un rampino al quale appiccicare un po' di parole. E, ogni tanto, mi pareva di averlo trovato e buttavo giù una riga; ma le parole rimanevano un po' sul foglio e poi scivolavano giù.

  Venne la Pasionaria con un altro caffé.

  Anche dentro una tazza di caffé si può trovare un'idea: ma in quale tazza? Nella quarta? Nella settima?

Giovannino Guareschi

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lunedì, agosto 22, 2005

  Un buon padre di famiglia
  C’è un Guareschi che, tra le tante cose che ha fatto, si è messo pure a dare consigli spiccioli ai genitori italiani e pure ai loro figli. Dimostrando ancora una volta di aver saputo guardare lontano, perché alcune delle frasi che ha scritto a riguardo risalgono al 1968, l’anno in cui morì. Forse ispirate da un forte scetticismo di fronte a quanto stava accadendo nella società di quegli anni, forse dovute al pessimismo che negli ultimi tempi lo aveva accompagnato assieme ad un precario stato di salute, forse dovute ad altri motivi, sono frammenti di previsioni talmente azzeccate che infatti tornano volentieri nei discorsi di questi ultimi periodi.
  I genitori italiani, per la stragrande maggioranza, sono dei cattivi educatori. Vuoi per eccesso di sentimentalismo, vuoi per ignoranza, vuoi per pigrizia. E’ infatti assai più faticoso educare un figlio, attrezzarlo per combattere validamente la lotta per la vita, che trattarlo fino a trent’anni come un bambino. Costa assai meno regalare al figlio un patrimonio che insegnarli come si conquista e amministra un patrimonio. Parole secche e decise, come è nello stile guareschiano. Seguite poi da una affermazione che riassume in se stessa il motivo di tutto ciò: gli italiani sono dei cattivi educatori anche perché i figli vengono utilizzati nel ruolo di “vendicatori”, per cui quello che i genitori non hanno avuto, i figli più che meritarselo devono possederlo per forza. Sono il primo a mettere la mano sul fuoco per testimoniare che è vero, basta guardarsi attorno e si scopre la verità. A questo punto tornano anche alla nostra personalissima memoria le parole dei nostri nonni e dei nostri stessi genitori che tempestivamente, di fronte alle nostre richieste e aspettative, ci riconducono al loro passato, quando si divertivano con poco, quello che c’era bastava e non avrebbero mai osato chiedere di più ai loro padri e alle loro madri. Per poi tradirsi concedendo, anche dietro ad una inconsistente resistenza, quello che i figli comandano.
  Dal momento però che Guareschi non lasciò niente a metà, ecco che già negli anni ’50 sottolineava un altro vizio dei genitori italiani: <<Pago le tasse io! Ci deve pensare lo Stato ad educare mio figlio!>> Lascia stare lo Stato, amico: se tuo figlio risulta un fiero mascalzone, novanta volte su cento la colpa è tua. Della tua pigrizia, della tua imbecillità, della tua infinità viltà.
  Come Giovannino si mostrò del tutto dubbioso sulle richieste di insegnare l’educazione sessuale nelle scuole, perché lo Stato non doveva impicciarsi anche in queste cose, allo stesso modo Guareschi punta il dito contro quei padri e quelle madri che pretendono di essere sollevati dalle loro responsabilità soltanto perché fanno il loro dovere di cittadini di una nazione, ma non di genitori. La scuola deve insegnare la grammatica, la matematica, le scienze, la storia e quant’altro, ma l’educazione, quella che permette di vivere con gli altri, deve essere impartita da chi ha messo al mondo i figli. Non c’è Stato che tenga. Lo sa pure don Camillo in questo dialogo con Peppone in Don Camillo e i giovani d’oggi: <<Che colpa ne ho io se mio figlio è uno squinternato? Ad ogni modo, se quell’assassino ha il coraggio di tornare a casa, l’ammazzo!>>. <<Fai bene!>>, approvò don Camillo. <<E’ molto più facile ammazzare un figlio che educarlo!>>.
  La ricetta giusta per Guareschi non sta nel negare ai figli quello che chiedono, ma nel fare in modo che ai figli non passi neppure per l’anticamera del cervello di chiedere così stupide o disoneste.
  Ricetta che ha dato i suoi frutti con Albertino e la Pasionaria, ineguagliabili interpreti del comandamento Onora il padre, come ci tiene a precisare il sacerdote Alessandro Pronzato all’inizio del Breviario di don Camillo, edito dalla Rizzoli.
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venerdì, luglio 22, 2005

22 luglio 1968 
"Guareschi aveva alzato lo sguardo verso il cielo terso. Era in pigiama e vestaglia. Avrebbe atteso che Carlotta e la signora Ennia si fossero affacciate alla porta della sua camera con il caffelatte, quindi, come ogni mattina, avrebbe indossato la sua tenuta di mare, pantaloni corti, calzettone sotto il ginocchio, sandali, una camiciola qualsiasi, pronto ad inforcare la bicicletta per andare a far la spesa e per portare a spasso i nipotini, indugiando nei viali verdi prima di andare a respirare un po’ di mare.
  “Bel giorno davvero”, rispose. Si volse e morì probabilmente in quell’istante. Il cuore gli si fermò di colpo. Riuscì a fare due passi verso il letto e vi cadde in ginocchio di fianco, con la testa appoggiata alle coperte, la bocca aperta."
  Così Beppe Gualazzini ricorda quel 22 luglio del 1968, quando l’uomo della Bassa in vacanza a Cervia lasciò questo benedetto mondo per tornare con i suoi don Camillo e Peppone, Brusco e Smilzo e tutti gli altri nel Mondo Piccolo dove riposano le anime nobili. Morì che aveva solo sessant’anni, ma già una lunga vita alle sue spalle, con l’aggravante prima del campo di prigionia come Internato Militare e poi con quella della prigione a Parma. Un infarto già superato, un altro che non gli concesse scampo.
  A 37 anni dalla morte l’Italia di Giovannino, purtroppo, non sembra cambiata. E’ sempre e volentieri provvisoria, come quella che raccontò in un volume che raccoglieva stralci, manifesti, articoli e vignette su una nazione uscita sconfitta dalla Seconda Guerra Mondiale, ma senza aver imparato granché e finita all’ombra del pericolo comunista. Ma come tutti ben sappiamo, Giovannino si rimboccò le maniche e fece ridere i nostri nonni e bisnonni, affrontò in prima persona la campagna elettorale a favore della monarchia nel 1946 e contro il Fronte Democratico Popolare nel 1948, non lesinò critiche a De Gasperi, anzì finì per essere odiato sia dal Pci che dalla Dc stessa. Senza perdere mai il sorriso e il buon umore che ritroviamo intatto nella pagine dei suoi racconti. Sarà stato anche un testone, non rinunciando al whisky e alla gran buona tavola nemmeno quando fu il dottore a proibirglielo per le serie condizioni fisiche. Ma non poteva, avrebbe tradito il Giovannino della Bassa che si sentiva a casa mentre passeggiava tra i campi e l’argine del Po.
  Nei giorni successivi alla sua scomparsa l’Italia non seppe darsi un tono serio nemmeno dalle pagine dei giornali: un uomo solo per il Corriere, uno scrittore mai nato per l’Unità.
  Solo un corno: i suoi affezionati lettori, molti di più dei 23 ai quali faceva riferimento come Manzoni (Alessandro) ricordava, non si erano dimenticati di lui. E tanto meno si erano dimenticati i suoi lettori al di là dei confini italiani, roba che uno scrittore mai nato non si sarebbe potuto permettere. A quanto pare, qualcuno fece un grave errore.
  Solo la Gazzetta di Parma, per mano di Baldassarre Molossi e dei suoi vecchi amici, gli rese il tributo che gli spettava. E pochi si sono potuti permettere di lasciare idealmente questo mondo a bordo di una rossa di Maranello, perché in disparte il giorno del suo funerale c’era pure Enzo Ferrari.
  37 anni fa si compiva a storia di un grande uomo e proseguiva quella di una mediocre nazione.
  Ciao Giovannino.
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giovedì, giugno 30, 2005

Cercate Guareschi su questo blog che già ci è simpatico. Troverete qualcosa di molto interessante.

Ps: scusate se non riesco a darvi direttamente l'indirizzo, ma non mi riesce al momento.

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sabato, maggio 21, 2005

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domenica, maggio 01, 2005

Forse qualcuno già lo sa, soprattutto chi ha letto la biografia minima su Giovannino Guareschi pubblicata su questo blog, ma oggi è il suo anniversario di nascita. Ne avrebbe fatti 97.
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mercoledì, aprile 20, 2005

BIOGRAFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUARESCHI / 15

Il 22 luglio 1968 si sparse per le vie di Cervia una triste notizia: Zvanin l'è mort!

Dopo pochi giorni di vacanza Giovannino Guareschi morì per colpa del secondo infarto lontano dalle sue Roncole e dimenticato da tutta l'Italia che conta. L'Unità, il giorno successivo, riprese la notizia scrivendo che era morto uno scrittore che non era mai nato. Al suo funerale, in una giornata piovosa nella Bassa, erano ben pochi quelli che gli resero visita. Il suo amico Montanelli non c'era, inviato nell'est Europa. Enzo Ferrari se ne restò schivo fuori dal gruppo con i soliti occhiali neri. A fargli apprezzare l'opera di Guareschi fu proprio il figlio Dino per il quale portava il segno del lutto sul viso.

Un altro grande amico di GG, Baldassarre Molossi, storico direttore della Gazzetta di Parma, morto lo scorso anno, così raccontò il funerale il giorno dopo:

«L’Italia meschina  e vile, l’Italia provvisoria, come lo stesso Guareschi con amara intuizione la definì nel 1947, ci ha fornito ieri l’esatta misura del limite estremo della sua insensibilità morale e della sua pochezza spirituale. 

 «Giovannino Guareschi è lo scrittore italiano più letto nel mondo con traduzioni in tutte le lingue e cifre di tiratura da capogiro. Ma l’Italia ufficiale lo ha ignorato. Molti dei nostri attuali governanti devono pur qualcosa a Guareschi e alla sua strenua battaglia del 1948 se oggi siedono ancora su poltrone ministeriali, ma nessuno di essi si è mosso. Nessuno di essi si è fatto vivo (...). Anche Giovannino Guareschi ormai riposa al cimitero dei galantuomini. È un luogo poco affollato. L’abbiamo capito ieri, mentre ci contavamo tra di noi vecchi amici degli anni di gioventù e qualche giornalista, sulle dita delle due mani.»

 

Fine.

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giovedì, aprile 14, 2005

BIOGRAFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUARESCHI / 14

Il 27 settembre del 1957 Giovannino realizzò una sua passione, aprendo alle Roncole un piccolo caffè, proprio di fianco alla casa natale di Giuseppe Verdi. Se andate da quelle parti, lo trovate ancora, ovviamente. A tutto ci pensò Guareschi, progetto, arredamento e direttive. Sul cartello all’ingresso i clienti venivano informati che non c’era il juke box. E’ nel ’64 che inaugurerà il ristorante. Ma il 1957 fu anche l’anno nel quale abbandonò la direzione di Candido continuando però a collaborare con articoli e disegni.

 Nel 1959 scrisse Il compagno don Camillo e trascorse l’autunno e l’inverno a Cademario, in Ticino. Due anni si occupò della sceneggiatura di Don Camillo monsignore… ma non troppo e il 2 ottobre abbandonò Candido che venne così chiuso da Rizzoli.

 Una stagione era finita e questa fine coincideva anche con la fatica fisica di Giovannino, che nel giugno del 1962 venne colpito dal primo infarto. Era l’anno in cui iniziò a collaborare alla Notte dell’amico Nino Nutrizio.

 Parte del 1963 lo trascorse a Roma, impegnato nel film La rabbia, per metà diretto Pier Paolo Pasolini e per l’altra metà da lui. Nel frattempo collaborava con il Borghese diretto da Mario Tedeschi con rubriche, articoli e disegno che comparvero settimanalmente fino al 30 maggio 1968. Lavorò anche per il Giornale di Bergamo diretto da Alessandro Minardi. A dicembre uscì il Compagno don Camillo che l’anno successivo venne trasportato in versione cinematografica, di cui curò sceneggiatura e dialoghi.

 E aprì il ristorante. Così scrisse: Guadagnati con i libri dei quattrini ho tentato di fare l’agricoltore e l’oste, con lacrimevoli risultati per, per l’agricoltura e per l’industria turistico – alberghiera del mio paese. Adesso sono pressoché disoccupato perché nessuno in Italia, eccettuato un amico di Roma, ha l’incoscienza di pubblicare i miei articoli e disegni politici. Ma io non mi agito e mi limito ad aspettare tranquillamente che scoppi la rivoluzione.

 La rivoluzione non scoppiò. GG contributi alla storia della pubblicità italiana occupandosi di alcuni caroselli dal 1965 al 1966. Nel luglio dello stesso anno, a Cervia, dove da anni trascorreva l’estate, scrisse il testo per il libro pubblicitario La calda estate del Pestifero. Su Oggi pubblicò alcuni suoi racconti di Don Camillo e don Chicì, apparso come Don Camillo e la ragazza yé yé sul settimanale. Scrisse Don Camillo e i giovani d’oggi, uscito postumo. L’ultimo suo lavoro fu La calda estate di Gigino il Pestifero, pubblicato nel 1967.

 La fine era vicina, alcune foto di quegli anni lo ritraevano con i capelli già chiari e il viso stanco. Trascorreva il suo tempo tra Cademario e le Roncole, dove in una notte nebbiosa incontrò un suo caro amico dei tempi migliori e finirono entrambi al tavolo dell’osteria. Ad un tratto l’amico gli si rivolse facendogli notare che lui, Giovannino, beveva molto. Soprattutto whisky, accompagnato dalle sigarette. Rispose che faceva bene, preveniva dall’inferto perché, essendo vasodilatatore, preveniva l’infarto. Ma rifiutava qualsiasi dieta imposta dal dottore.

 Alla buona tavola non rinunciò mai.

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mercoledì, marzo 30, 2005

Quando la storia l'è la maistra dla vita 

  La giornata elettorale si avvicina e non mancano i colpi bassi, cosa di cui l’Unità si è dimostrata maestra con la baggianata sul padre di Storace. Giorni prima sempre lo stesso quotidiano si augurava che quella nipote di quel famoso Benito fosse riammessa con la propria lista nel Lazio per sconfiggere sempre lo stesso Storace. Niente di che meravigliarsi, non tanto perché dall’Unità ci si può aspettare questo e altro, quanto perché le stesse cose, più o meno o a ruoli invertiti, accadevano cinquanta anni fa e ne sono testimonianza gli articoli di Giovannino Guareschi.

 Il Candido numero 23 del 10 giugno 1951 riporta un suo articolo dal titolo Furore politico. Anche allora era tempo di elezioni amministrative e Giovannino se la prese con la Dc di De Gasperi per aver rifiutato in alcuni punti caldi, come Bologna, Parma e Mantova dell’aiuto del Msi. Se, al contrario, avessero tenuto in considerazione i voti portati dal movimento sociale, avrebbero avuto maggiori possibilità di vincere sui comunisti. Lo rivelavano non solo i conti fatti dal giornalista parmense, ma dagli stessi democristiani di Bologna che sul Popolo scrivevano a pochi giorni dalla sconfitta: Ora è successo che a Bologna i voti raggranellati dal Msi, se fossero stati ammessi a sommarsi con dei quelli dei partiti democratici, avrebbero impedito la conquista della maggioranza da parte dei comunfusionisti, e non vi è dubbio che ce lo sentiremmo rimproverare come una prova del nostro scarso ottimismo. A costo di scandalizzare qualcuno, ribattiamo fin d’ora che è preferibile aver lasciato Dozza a Palazzo d’Accursio piuttosto che esserci serviti dei fascisti per sostituirlo, sia pure con un democristiano.

 Roba da riderci sopra, vero? Eppure accadde anche questo. Ora le cose sono un po’ cambiate, ma i voti di quelli di Alternativa Sociale tornano ad essere utili per i nipoti dei vecchi Dozza e sostenitori del Pci. Guareschi davvero non le mandò a dire e poche righe sotto si può leggere: Le zolle dell’Emilia sono ancora bagnate del sangue di migliaia di innocenti assassinati e migliaia di persone (mogli, madri, figli, padri di eliminati) piangono quei morti e non vi possono voler bene, signori della Dc, perché voi avete aiutato gli assassini dei loro cari a uscire di galera. Ebbene, chi rappresenta questi risentimenti si offre di collaborare con voi per il bene comune, e voi lo cacciate fuori a pedate dalla vostra porta e non solo commette questo diritto, ma ve ne vantate! E’ questa dunque la liberazione dei comuni che dicevate?

 Ad accompagnare l’articolo c’era una vignetta che ritraeva una signora dal viso scorbutico con una croce sul petto (la Dc) intenta a buttare in un cassonetto della spazzatura un teschio degli eliminati dicendo: Via questa porcheria antidemocratica che ha dato tanti voti al Msi!

 Cinquantadue anni sono trascorsi, il Movimento sociale italiano è cambiato e si è trasformato in Allenza nazionale, i soliti nostalgici di un tempo che non può tornare sono aggrappati alla gonna della Mussolini, che siamo sempre più convinti ottenga dei voti per il cognome, non certo per i programmi. Qualcosa rimane: sono rimasti i comunisti. Due partiti si dichiarano tali, Bertinotti vuole cancellare la proprietà privata ed essere ricordato come un buon comunista, Vendola non ha sentito la necessità di definirsi un gay comunista, due quotidiani riportano sotto la testata di essere comunisti e i movimenti a falce e martello fanno le loro apparizioni sopra i muri delle città, in qualche lettera minatoria e sui banchi delle università. E rimane anche il silenzio degli eliminati. Ma questa è tutta un’altra storia. Una storia tutta italiana, una di quelle che in tutti questi anni non è tornata a farsi sentire perché sepolta in qualche angolo remoto dalla penisola assieme a quei cadaveri.

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venerdì, marzo 25, 2005

BIOGRAFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUAERSCHI / 13

Il 20 e il 27 gennaio 1954 Guraeschi pubblicò su Candido due lettere attribuite a De Gasperi con un duro commento. Ecco un ampio stralcio di una delle lettere: Tramite un corriere portaordini affidiamo la presente contenente la più ampia nostra assicurazione per quanto S. E. il generale Alexander desidera venga effettuato, come azione collaterale da parte dei nostri gruppi Patrioti, sarà scrupolosamente attuato. Ci è purtroppo doloroso, ma necessario, insistere nuovamente, affinché la popolazione romana si decida ad insorgere al nostro fianco, che non devono essere risparmiate azioni di bombardamento nella zona periferica della città, nonché sugli obiettivi militare segnalati. Questa azione, che a cuore stretto invochiamo, è la sola che potrà infrangere l’ultima resistenza morale del popolo romano, se particolarmente verrà preso quale obiettivo l’acquedotto, punto nevralgico vitale.

La seconda lettera riportava invece: Carissimo, spero di ottenere da Salerno il colpo di grazia. Avrete presto gli aiuti richiesti. Coraggio, avanti sempre per la Santa battaglia, auguri, buon lavoro e fede. De Gasperi.

Le due missive, per l’appunto vennero pubblicate da Giovannino che si era preso la briga di trovare conferma della loro autenticità, attraverso una perizia grafica di un perito calligrafo del Tribunale di Milano. Montanelli, a riguardo, ricordò di una violenta discussione con l’editore Rizzoli perché la pubblicazione non avvenisse. Ma la macchina si era messa in moto e a febbraio De Gasperi querelò Giovannino. Il processo fu istruito e, dopo due rinvii, il 13 e 14 aprile ebbero luogo la seconda e terza udienza del processo e Giovannino fu condannato il 15 aprile a dodici mesi per diffamazione. Troppo orgoglioso di se stesso e certo della sua buona fede nonché dell’autenticità degli scritti non ricorse in appello e il 26 maggio entrò nelle Carceri di San Francesco a Parma.

Ma conviene procedere con calma ed ordine perché la faccenda è molto più spinosa di quanto possa sembrare e di quanto apparve ai tempi, quando i giornali e l’opinione pubblicò liquidò velocemente il fatto dando dal falsario a GG.

Guareschi consegnò le lettere ricevute da Enrico Dee Toma al Tribunale di Milano accompagnate dalla perizia calligrafica che non fu tenuta in considerazione. L’ampia facoltà di prova gli venne negata, dal momento che non furono concessi una seconda perizia e l’ascolto dei testimoni a suo favore. Il Tribunale giunse così alla conclusione che Guareschi fosse colpevole di diffamazione basando il proprio giudizio sulla fedeltà morale di De Gasperi che giurò di non avere mai scritto quelle lettere. Riguardo alla seconda perizia negata, così venne giustificata: una semplice affermazione del perito non avrebbe potuto far diventare credibile e certo ciò che obiettivamente è risultato impossibile e inverosimile. Giovannino, come detto, non ricorse in appello e, scaduta la condizionale, finì dietro la sbarre. Non chiese grazie o condoni, per contrario gli venne assommata la pensa per la prima condanna, la questione del Nebiolo, nonostante all’epoca fosse stata decretata un’amnistia che riguardava reati ben più gravi. Sulla sua reclusione, De Gasperi sentenziò: Sono sopravvissuto alle carceri austriache, Guareschi può benissimo sopravvivere a quelle italiane.

In realtà, la sua salute ne risentì parecchio, i malanni che si era portato dietro dalla prigionia nei lager tedeschi tornarono a farsi sentire. Fu quello un anno terribile per Giovannino che segnò, molto probabilmente, la sua salute fino alla morte. Il 4 luglio 1955, dopo 405 giorni di prigione, Giovannino tornò il libertà vigilata, che finì solo il 26 gennaio 1956. Nel frattempo uscì il Corrierino delle famiglie (1954) e scrisse in carcere soggetto, sceneggiatura e dialoghi del film Don Camillo e l’onorevole Peppone.

Nel 1956, nel corso del processo intentato in contumacia contro il De Toma, lo stesso Tribunale di Milano affidò ad un collegio di tre periti l’esame delle lettere, negato in precedenza a Guareschi. Questa la conclusione dell’analisi: Non esistevano prove tali da stabilire inequivocabilmente la falsità delle lettere. Per rimediare ancora una volta il Tribunale si affidò al giudizio di un altro esperto che le dichiarò sicuramente false. I difensori di De Toma impugnarono questa sentenza, ne chiesero una di parte e il responso dei periti della difesa fu sconcertante: rilevarono palesi diversità fra dette lettere e quelle pubblicate su Candido.

Il 17 dicembre 1958 il Tribunale dichiarò estinto per amnistia il reato di falso e assolse De Toma.

Ciò che più importava era che Giovannino avesse già pagato la sua parte.

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mercoledì, marzo 16, 2005

La firma di un gran signore

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lunedì, marzo 14, 2005

BIOGRAFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUARESCHI / 12

Il 1951 rappresentò anche l’inizio della saga cinematografica di don Camillo. Giovannino si mise al lavoro scrivendo la sceneggiatura e i dialoghi del film che venne diretto dal francese Julien Duvivier. Non furono pochi gli scontri con il regista, uno dei quali girava attorno al paese nel quale girare le scene del film. Testimoni raccontano del viaggio per i borghi della bassa parmense che videro per protagonisti i due, GG e Duvivier, in una calda giornata. Viaggiarono e si spostarono da Polesine Parmense fino a Brescello, già però in provincia di Reggio Emilia. E gli stessi testimoni riportano una scena particolarmente divertente: a Polesine Guareschi si piantò in un lato della piazza, Duvivier dall’altro e se le mandavano a dire senza troppi complimenti, il primo in dialetto, il secondo in francese. Il farmacista del paese, che capiva entrambi gli idiomi, riuscì a comprendere che i due litigavano perché Duviver voleva una piazza nella quale chiesa e comune si trovavano uno di fronte all’altro. Per questo motivo venne scelto Brescello.

Sugli attori, Guareschi scrisse: Gino Cervi corrisponde esattamente al mio Peppone. Fernandel non ha la minima somiglianza col mio don Camillo. Però è talmente bravo che ha soffiato il posto al mio pretone. Così ora, quando mi avventuro in qualche nuova storia di don Camillo, mi trovo in grave difficoltà perché mi tocca di far lavorare un prete che ha la faccia di Fernandel.

Il film riscosse un grande successo, anche in Francia. Piuttosto in Italia alcuni ambienti non gradirono la pellicola. Registi italiani rifiutarono di girarla per timore di complicazioni politiche e dalle pagine dei giornali cattolici non tutti i critici ed opinionisti gradirono la rappresentazione di un prete che alzava tavole per poi lanciarle in testa ai comunisti. Tra l’altro alcune scene vennero tagliate, mentre la versione integrale venne proiettata al di là delle Alpi. Addirittura un ristorante, il don Camillo, aprì a Parigi. Giovannino conquistò il cuore dei francesi, fu invitato ad una manifestazione nella quale i visitatori potevano incontrare i loro artisti preferiti e chiedere loro l’autografo. Giovannino firmava a firmava fogli, mentre al suo fianco Gina Lollobrigida non lo degnava di una sguardo.

Nell’agosto del 1952 si trasferì con la famiglia alle Roncole e finì per fare il pendolare con Milano dove viveva tre giorni alla settimana lavorando per il Candido. Così raccontano i figli Alberto e Carlotta: Giovannino è un Guareschi del ramo “Bazziga” e, come tale, ama la campagna e le macchine. Dopo aver cercato di riacquistare, senza successo, le vecchie ex proprietà dei suoi, compra diversi poderi, risistemando, dove necessario, i vecchi terreni, rimodernando e ampliando le abitazioni dei mezzadri e affittuari e costruendo – quasi sempre ex novo – stalle moderne, barchesse, rustici. Li attrezza con macchine moderne. Ma la nuova politica agraria pare voglia penalizzare le persone come lui che hanno investito danaro nella terra. Dopo pochi anni Giovannino, deluso, inizierà a svendere i suoi poderi.

Nel 1953 scrisse soggetto, sceneggiatura e dialoghi per il film Il ritorno di don Camillo e pubblicò Don Camillo e il suo gregge.

Sembrava andare tutto per il verso migliore, ma l’anno dopo, il 1954, sarebbe stato pieno di ostacoli e delusioni, a partire dal processo per via di alcune lettere firmate De Gasperi pubblicate sulle colonne del suo settimanale.

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giovedì, marzo 03, 2005

 BIOGRFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUARESCHI / 11

Alcuni degli articoli più belli e delle vignette più divertenti di Giovannino per Candido sono raccolti nei volumi curati direttamente dai figli Alberto e Carlotta dal titolo Mondo Candido. Si spazia dal 1946 al 1958. E’ un consiglio il mio, ovviamente, alla buona lettura che fa solo del bene alla mente.

Nel 1947 GG collaborò al Giornale del Popolo di Lugano da gennaio a marzo, per poi scrivere dei testi per alcune rubriche radiofoniche, anche per la Rai e lo farà fino al 1949. Tra una collaborazione e l’altra nel novembre esce Italia Provvisoria, un collage di tutto ciò che Guareschi ritrovava tra le pagine di giornali, i volantini, i manifesti e le foto di una nazione che lentamente stava cercando di tornare alla normalità con tutte le sue contraddizioni che durano ancora oggi. L’Italia, per l’uomo baffuto della Bassa, avrà sempre qualche cosa di provvisorio.

Ma l’anno che più lo vide in prima fila nella sua attività di giornalista e satirico è il caldo 1948, quando dalle colonne del suo settimanale condusse con Mosca una strenua battaglia contro il Fronte Democratico Popolare. E’ l’anno che sancisce da una parte la sua genialità, con le rubriche come Visto da destra e Visto da sinistra, Contrordine Compagni (in questo caso il suo lavoro da correttore di bozze nei primi anni del Corriere Emiliano risultarono essere molto utili), Giro d’Italia, Lettere al postero e altre ancora, nelle quali dimostrò la sua abilità e capacità di saper far sorridere anche nei momenti più difficili. Ma, dall’altra parte, è anche l’anno che lo relegò, immancabilmente, tra quegli autori che non troveranno gloria in Italia se non per la passione e l’amicizia di alcuni personaggi della cultura italiana che risposero al silenzio nel quale venne poi confinato dalla cultura ufficiale. Guareschi e il suo Don Camillo finirono per essere non solo additati come fascisti e reazionari dagli ambienti comunisti, ma furono anche posti sul sottile confine tra eresia ed esagerazione da alcuni organi di stampa cattolici. Un prete che ribaltava tavoli e sedie, che non esitava a mollare scappellotti al sindaco comunista Peppone e che faceva del dialogo con Cristo un fatto quotidiano come se stesse parlando con un amico di tutti i giorni non erano cose ben gradite da tutti.

Eppure la sua fama travalicò le Alpi, i francesi impazzivano per queste storie e non è un caso che il primo regista della serie cinematografica sia stato Julien Duvivier. La prestigiosa rivista Time lo citò come uno degli artefici della vittoria democristiana nelle elezioni parlamentari. Ma Guareschi non smarrì il suo stile e, in occasione dell’inaugurazione del nuovo parlamento democratico italiano, disegnò una giovane signora, l’Italia, che pregava De Gasperi di lasciare il distintivo della Dc appuntato sul petto nel guardaroba, perché il gran successo democristiano fu dovuto al voto di molti liberali, repubblicani e altri elettori che scelsero lo scudo crociato nel timore di assistere alla vittoria social comunista. Trent’anni dopo sarà l’amico Montanelli ad invitare a votare Dc turandosi il naso in occasione delle elezioni del 1976.

In piena campagna elettorale venne pubblicato a marzo Mondo Piccolo – Don Camillo, la raccolta dei racconti sui protagonisti della Bassa apparsi sul Candido. A dicembre uscì invece Lo Zibaldino, resoconti di vita familiare e altre cose interessanti che capitavano intorno a GG.

Nel 1949 apparve nelle librerie Diario Clandestino sulla sua esperienza nei lager nazisti: Il quale diario, come dicevamo, è tanto clandestino che non è neppure un diario, ma secondo me potrà servire, sotto certi aspetti, più di un diario vero e proprio a dare un’idea di quei giorni, di quei pensieri e di quelle sofferenze.

Il 1950 lo trascorse nella nuova casa milanese, in via Augusto Righi, n. 6. A giugno scrive soggetto, sceneggiatura e dialoghi per il film Gente così. Ma il 13 luglio sua madre, la signora Maestra Lina Maghenzani, morì. Seppellita a Milano, tre giorni dopo Giovannino la fece riesumare e la sua bara venne trasportata a Marore. Tre mesi dopo, il 16 ottobre, ricevette la povera Maestra il Diploma di benemerenza di prima classe con facoltà di fregiarsi di medaglia d’oro e solamente quattro anni dopo, 15 maggio 1954, ricevette il diritto alla pensione dal Ministero della Pubblica Istruzione. La signora Maestra, che tanto assomiglia a quella che compare nelle pagine di Don Camillo, fu raggiunta quaranta giorni dopo dal marito Primo Augusto.

Ottobre: Mosca venne allontanato dalla direzione del Candido da Rizzoli e GG rimase unico direttore. Il 4 dicembre venne assolto con Manzoni nel processo Einaudi: l’accusa partì dalla pubblicazione di alcune vignette nelle quali fu messo in risalto che l’allora Presidente della Repubblica, sulle etichette del Nebiolo di sua produzione, amava ricordare la sua posizione di carica più altra dello stato. Il Procuratore Generale della Repubblica ricorse in appello e il 10 aprile 1951 Giovannino e Manzoni vennero condannati a otto mesi di reclusione con la condizionale per aver offeso (mezzo stampa) il prestigio e l’onore del Presidente della Repubblica.

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giovedì, febbraio 24, 2005

 BIOGRAFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUARESCHI / 10

La puntata precedente di questa biografia minima si era conclusa con la seguente frase: il caro Giovannino era davvero tornato a casa.  Ma forse sarebbe il caso di aggiungere un finalmente dopo che GG riuscì a mettere anche nuovamente piede nella sua Bassa. Le sorelle titolari di un ristorante di Zibello, la Buca, ricordano ancora quell’uomo che di notte non dormiva e camminava continuamente avanti e indietro per la stanza che aveva occupato per qualche giorno nell’antica locanda. Quell’uomo era, ovviamente, Guareschi che provava a tornare con la mente e il corpo nei luoghi che non aveva mai dimenticato e che tanto ancora avevano da regalargli. Non c’è quindi nulla da meravigliarsi se dal 1952, da quando la famiglia si era trasferita alle Roncole Verdi, Guareschi viveva a Milano solo per quei due giorni nei quali portava nella redazione del Candido i pezzi e le vignette ai quali freneticamente metteva mano nel suo studio bassaiolo.

Ma procediamo con ordine. Il 1946 vide Guareschi impegnato assieme a Mosca e agli altri collaboratori in una strenua campagna referendaria per la monarchia. La raccolta Mondo Candido 1946 – 1948 (Rizzoli) ha per copertina la vignetta in cui una piccola donna che rappresentava l’Italia ammaina la bandiera del re, ma lo stessa dei Savoia non ne vuole sapere di scendere e rimane così sospeso nel cielo. Già nel ’43 GG dimostrò la sua fedeltà ai Savoia rifiutando di prestare servizio nella Repubblica Sociale e nemmeno dopo la sconfitta cambiò la sua posizione. Il suo lavoro non si limita al Candido, che assorbe certamente le sue fatiche maggiori, ma collaborò al Giornale dell’Emilia, al Reduce e a Riscatto.

Ma è a poche ore dal Natale che Guareschi, dovendo chiudere il numero 52 del settimanale e con un buco da coprire il più presto possibile, pubblicò il primo racconto della serie Mondo Piccolo: Don Camillo era il titolo, che nella raccolta del 1948 diventerà Peccato confessato.

Giovannino però ci teneva a precisarlo: Così vi ho detto, amici miei, come sono nati il mio pretone e il mio grosso sindaco della Bassa. (…) Chi li ha creati è la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto. (Da Don Camillo e il suo gregge, Rizzoli, Milano, 1953)

Giovannino, finalmente, era tornato a casa.

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lunedì, febbraio 21, 2005

 Ultime dal Mondo Piccolo, quello vero.

L'occasione giusta, per chi volesse, di fare un salto a Roncole Verdi e immergersi nelle favole vere guareschiane

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mercoledì, febbraio 16, 2005

 BIOGRAFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUARESCHI / 9

Liberato il 16 aprile 1945, Giovannino venne rimpatriato dal campo di Wietzendorf il 29 agosto e arriva a Parma il primo di settembre, sei anni dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Nel frattempo, nell’agosto del 1944, venne pubblicato Il marito in collegio, una storia umoristica. Nel 1949, anno di pubblicazione del Diario Clandestino, scriverà: Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo richiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, con un passato e un avvenire.

Ritornò a Milano immediatamente con la famiglia che era stata sfollata a Marore, dove GG trascorse parte della sua infanzia, e occupò l’appartamento di via Pinturicchio 25. Iniziò a collaborare con pezzi e disegni a Tempo Perduto fino a novembre. Perché è in questo mese che arriva la nuova chiamata da parte di Rizzoli. Il Bertoldo era andato sepolto con i bombardamenti, ma per lo spirito satirico e umorista dell’uomo della bassa c’era ancora lo spazio per vivere. Così venne fondato Candido, che uscì per la prima volta a dicembre. Accanto a lui sin dall’inizio vi furono Mosca e Mondani (proprio lui, il padre della nota Sandra). Venne assunto anche come redattore per Milano – Sera, quotidiano che poi finirà per attaccare in più occasioni sulla questione degli eliminati per mano comunista dopo il 25 aprile. Vi rimase in forza fino al 30 marzo 1946.

Ma l’avventura del Candido era ormai ricominciata. In molti furono a bollare i suoi redattori e collaboratori come i fascisti che tennero in piedi il Bertoldo. A Candido lavorarono scrittoi e disegnatori come Carletto Manzoni, Massimo Simili, Giaci Mondani, Vittorio Metz, Bruno Angioletta, Walter Molino, Ferdinando Palermo, Sergio Toppi, Giorgio Cavallo, Gigi Virdis e altri. E poi c’erano quelli che si firmavano il Volpone (Pietrino Bianchi), Strabicus (Oreste del Buono), Domenico Pomeriggio (Nino Nutrizio), il Borghese (Leo Longanesi) o quelli che molto più direttamente firmarono alcune collaborazione con i propri nomi: Jader Jacobelli, Giorgio Torelli, Indro Montanelli, Giuseppe Pugliesi, Giorgio De Chirico e tanti altri ancora. La fedele segretaria di redazione fu Rosanna Manca di Villahermosa.

Il caro Giovannino era davvero tornato a casa.

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mercoledì, febbraio 09, 2005

 BIOGRAFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUARESCHI / 8

Soffermarsi nel raccontare quanto gli Internati Militari Italiani hanno patito nei campi di prigionia tedeschi è inutile: la loro sofferenza è equiparabile, ad esempio, a quella provata dagli ebrei nei campi di concentramento o dai prigionieri di guerra finiti nelle mani dei russi. Solo che degli IMI nessuno vuole parlarne. E nemmeno dei disgraziati finiti in Siberia o nelle gelide steppe del nord. La vita procedeva lenta e affamata per Giovannino in quegli anni. A casa, oltre alla moglie, lasciò i due figli, Alberto e Carlotta. Un giorno ricevette una comunicazione da casa che lo informava che la Pasionaria aveva imparato a dire “no”. Guareschi rispose, nel suo diario, che anche lui aveva imparato a dire no, ma gli ci era voluta una guerra.

La notte di Natale 1944 passerà alla storia perché GG immaginò che Albertino fosse venuto a trovarlo oltre il filo spinato che delimitava il suo campo affrontando i terribili mostri della guerra e vestiti con le divise grigie dei nazisti. La Favola di Natale nacque così e venne poi presentata ai suoi compagni di prigionia con le musiche del suo amico Coppola.

Guareschi decise che avrebbe affrontato la prigionia almeno sorridendo e lasciando sperare quelli più malconci di lui, tra i quali saranno in molti a non tornare a casa. Nel lager di Wietzendorf venne creata una radio, la voce ufficiale degli IMI, dal momento che le istituzioni italiane non si sono mai impegnate per rendere nota la loro storia. E dagli altoparlanti uscì, quando ormai la liberazione era arrivata, una poesia le cui parole iniziavano con le lettere della sigla stessa, IMI: l’ultima verso recitava: Italia Mia Italia. Era il sogno di tutti i sopravvissuti alla ferocia nazista tornare a casa, dai propri cari. Ma il ritorno sarà ancora traumatico. Dopo la liberazione Guareschi e i suoi compagni di sventura vennero tenuti nel loro campo da parte delle forze inglesi per mancanza di spazio, dopo che la fuga dei tedeschi aveva lasciato un barlume di speranza ai prigionieri. Giovannino si nasconderà per qualche giorno in una casa dove troverà da mangiare, dopo aver patito la fame per quasi due anni. E nel suo Diario Clandestino racconta le scene drammatiche di chi mangiava del gesso convinto che fosse farina, ma venendo tradito dal colore bianco. E di chi scuoiava senza pietà una vacca o un maiale improvvisandosi macellaio pur di mettere sotto i denti qualcosa. Guareschi non li condannò, anzi nel suo scritto invita qualsiasi animalista che di fronte a certe scene sarebbe pronto a mettere all’indice qualsiasi affamato invitandoli a soffrire la fame come capitò ai quei poveracci senza casa e dimora. Il rientro in Italia fu tremendo: da una testimonianza che io e Lennon abbiamo raccolto da un anziano che fu compagno di prigionia con GG, siamo venuti a sapere che la popolazione italiana accolse con disdegno e paura gli Internati Militari Italiani in una nazione distrutta dalle macerie e nel morale.

Giovannino finalmente fece ritorno a casa, provato fisicamente: l’esperienza nel lager non poté che peggiorare un’ulcera avuta prima del conflitto e quando, durante la prigionia al carcere di San Francesco a Parma per la vicenda De Gasperi che tratteremo in alcune delle prossime puntate, lo stesso presidente del consiglio affermò che se lui era sopravvissuto alle carceri austriache, allora Guareschi poteva sopravvivere in quelle italiane, sarebbe stato opportuno che qualcuno dei suoi collaboratori gli ricordasse l’esperienza da internato di GG. Ma non ci si poteva attendere altro da chi si dimenticò dei resistenti che combatterono contro il fascismo senza dover essere per forza partigiani.

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lunedì, febbraio 07, 2005

 Il Carnevale è roba seria

Questa Italia che ad ogni Natale tenta di ripudiare il presepio, ha da lungo tempo dimenticato il Carnevale. Che con è soltanto il giorno in cui i bambini, ma anche gli adulti, si vestono con maschere e costumi, è anche il giorno che segnala che il tempo delle abbuffate è finito e che con il Mercoledì delle Ceneri comincia la Quaresima, apprezzata dai bambini perché per loro non sono previsti né il magro né il digiuno. Un po’ meno piacevole per quelli che al contrario sono invitati (e non obbligati, qui sta la differenza) a seguire le regole. Comunque, anche quest’anno il Carnevale ha deciso di fare visita e noi lo accogliamo con qualche pagina di Giovannino Guareschi, ovviamente, dato che abitò nei pressi di Busseto dove di carnevali se ne intendono.

Dalla Voce di Parma del 10 marzo 1930

E oggi, con stile limpido e armonioso, vi dirò le cose che il giovin signore dagli occhi pensosi sussurra alla donzella dopo le ardenti parole di rito: “Signorina, vi posso accompagnare?”.

Oggi, infatti, vi parlerò del tempo.

Vi parlerò del tempo oggi perché ieri era una bella giornata di primavera, con il solicello, il venticello, la gente nei viali e gli uccelletti in cielo; vi dirò tutto quel che ho visto e voi mi scuserete se per la commozione userò il presente storico. (…)

Vedo sullo stradone le carrozzelle dei bambini rimorchiate da possenti nutrici, vedo gli occhi di mille soldati velarsi di nostalgia. Io passeggio per i viali e i sentieri contento perché c’è il sole e perché, passati i rigori invernali, la mia eterna “foglia di verza” che ora svolazza spavalda sulle spalle a me, come a mille altri, ha finalmente una ragion d’essere, e vedo davanti al Bizzi e all’Italia i tavolini e, dietro questi, tanti giovin signori contenti di sé (si contentano di poco poveri figlioli), vedo il cielo azzurro, vedo tante, ma tante violette profumate.

“O malinconia della primavera…” cantava oro non è molto un giovine poeta che (da buon parmigiano) ha la “lagrima” romantica; così canto anche io e oggi, che è bella giornata di primavera, con stile limpido e armonioso vi dirò per esteso tutto quel che ho visto del Carnevale che in questi giorni ha folleggiato per la vie di Parma la bella, la patria di Battistén, di Verdi e di Michelaccio.

Tutto quello che Guareschi ha visto nel folleggiante Carnevale lo raffigura in una xilografia che non riusciamo a riportare, ma nella quale appare il canonico corteo delle associazioni della città di Parma. Aperto dalla Società del Carnevale, il corteo avanza con la Guardia Val Brennero che cerca di rincorrere la neve, mentre al suo fianco marcia il carretto dell’Associazione Sportiva Parma, che come oggi indossa la maglia crociata e uno dei giocatori tenta di acchiappare un pallone con il retino. Poi l’Automobile Club, che per ironia sembra venire raffigurata con una macchina trainata da un cavallo. La Famiglia Artistica tenta di dare bella mostra di sé presentando un ritratto più che stilizzato, mentre la Società del Bel Canto si lascia andare a qualche fiasco di troppo. Sopra tutti degli angeli annunciano a suon di tromba il passaggio dell’Ars Lirica, con il Teatro Regio opportunamente alato pure lui. Forse Giovannino faceva parte del gruppo cantori…

L’anno successivo GG incide la testata e alcuni disegni per il numero unico Sua Maestà il Carnevale. Nel corso del Carnevale sfilerà per Parma un corteo che ricostruisce quello storico del 1714, quando Elisabetta Farnese, nipote e figliastra del duca Francesco e neo Regina di Spagna, si sposò con Filippo V.

L’augusta sposa

Carca d’orpelli – d’ogni colore,

l’Augusta sposa doman sen va

lasciando infranto – di Parma il core,

che la saluta, - Sua Maestà.

Lo sposo augusto

Prence Magnifico – lo sposo Augusto

Filippo Quinto – di Spagna Re,

porta nell’anima – d’Iberia il gusto

pel “tango” nobile – e l’orchestra jazz.

Il Serenissimo Duca

Serenissimo il Gran Duca

Farnesiano serio sta:

pensa, triste, che le spese

per le Nozze pagherà.

Così scrive Giovannino descrivendo i tre protagonisti della vicenda.

Ed ora tutti a mangiare frittelle.

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venerdì, gennaio 28, 2005

ARIA CALDA

La rivista cattolica Il Timone propone un dossier sui preti e uomini di Chiesa che hanno perso la vita negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale per mano di partigiani comunisti. Alcune di queste storie sono state raccontato nell’ottimo Il sangue dei vinti di Pansa, ma dal resto della storiografia italiana questi fatti è come se non fossero mai esistiti.

Eppure, già a partire dai primi numeri del Candido, Guareschi nella sua rubrica Giro d’Italia riportava le tragedie che si consumavano in tutta la penisola, in modo particolare in Emilia, la così detta Messica d’Italia, con un occhio di riguardo al triangolo della morte che gravitava attorno a Castelfranco Emilia. Le copie del Candido venivano allegramente bruciate ad Modena mentre il sindaco di Correggio Niccolini, detto il Diavolo al tempo della resistenza, veniva condannato per l’uccisione di don Pessina. Una clima per nulla sereno. Era il 1947 e solamente un anno dopo, a San Giovanni Persiceto venne ucciso il sindacalista cristiano Giuseppe Fanin, 24 anni e segretario provinciale delle Acli – Terra di Bologna.

Guareschi se ne occupò con particolare attenzione, dapprima riportando in una vignetta il cadavere di Fanin dietro ad un muro in aperta campagna sul quale vi erano i motti cari al Partito Comunista di Togliatti: W la pace! W la giustizia!; e un secondo momento raffigurando una copia dell’Unità stesa sopra una macchia di sangue lungo un sentiero e commentando così l’immagine: Non basta per coprire la macchia di sangue!

La rabbia dello scrittore delle Roncole nasceva dal silenzio vergognoso con il quale la stampa comunista non condannò mai il gesto di semplici assassini che ammazzavano in nome della rivoluzione proletaria che, fortunatamente, non arrivò. La fa semplice Edmondo Berselli nel suo Quel gran pezzo dell’Emilia, quando racconta di Togliatti in visita a Bologna impacciato di fronte alle domande su questa benedetta rivoluzione, con il Migliore ad accennare in qualche passo all’alba gloriosa, giusto per dare un contentino, senza avere il coraggio di condannare tali atrocità. Alla satira con la quale sbeffeggiava le cronache di Unità o Milano Sera, che riportavano di compagni messi spalle al muro e poi fucilati proprio alle spalle, rendendo impossibile a qualunque fisico spiegare come ciò potesse avvenire, Guareschi nell’articolo Aria calda del 21 novembre 1948 scrisse:

E’ successo la notte del 4 novembre e ormai i quotidiani hanno liquidato il fatto che è politico e non passionale e quindi può interessare ben poco la gran massa dei lettori. Si tratta di un fatto ormai vecchio, ma che non è da dimenticare. A San Giovanni Persiceto il giovane dottore in agraria Giuseppe Fanin, figlio di agricoltori e organizzatore di sindacati liberi, è stato assassinato a colpi di spranga di ferro in testa e a colpi di lima al ventre. Era un pezzo che ce l’avevano con lui e coi suoi: la Camera del Lavoro di San Giovanni Persiceto ha perso la pazienza e ha emesso un proclama: Lavoratori dei campi e della officine! La mano degli agrari appoggiata dagli organi di Governo, stretta a quella dei servi tipo Fanin, Bertuzzi, Ottani, tenta di stendersi di nuovo rapace sui nostri campi (…).

Nell’articolo Guareschi riporta alcune frasi di una lettera inviatagli da un amico di Fanin, nel quale ricorda le letture in sua compagnia del Mondo Piccolo e concludeva affermando che Giuseppe credeva ancora forse nella bontà degli uomini, lui non più. Così riprende Giovannino:

Io ho sfogliato il mio povero libercolo e, ogni tanto, sostavo per sentir parlare Peppone, quel Peppone forte, violento, duro, ma onesto e generoso che ha commosso me prima ancora di commuovere Fanin. Io vorrei ridarti ancora vita, grosso Peppone, e vorrei ridar vita pure a te, don Camillo, ma non posso per ora, perché, grosso Peppone, ti fari fare cose che ti procurerebbero l’espulsione dal tuo partito. Perché io non riuscirei più a tenerti a freno, don Camillo, e sordo alle dolci parole del Cristo, io ti farei sventolare panche e rotear pali del telegrafo. E l’insidiai, annidata dietro una siepe, vi impiomberebbe, con lo stesso piombo, la schiena.

E’ suonata per l’Emilia l’ora della canaglia subdola; quella degli agguati e delle minacce, quella dei fienili incendiati e delle viti recise al piede.

Viene l’inverno, ma comincia a fare caldo, in Emilia. L’Unità, l’Avanti! e l’altra stampa comunista stanno pungolando la mandria montando cronaca nera e presentando le risse per aggressioni. Il Migliore, inguaiato, ha perso terreno: è l’ora del Bieco. Della Faccia Falsa. La canaglia si nasconde dietro le siepi, non tumultua più in piazza: va di notte a minacciare sottovoce gli agrari, o li attende al varco. Comincia a far caldo in Emilia: chi ha i mezzi per poter intervenire lo faccia, non aspetti, anche se il gioco non è completo.

Probabilmente Guareschi con questa ultima richiesta si stava rivolgendo anche ai dirigenti del partito comunista perché ponessero fine alle azioni sanguinarie dei loro discepoli che, attraverso la terza narice, aveva versato il cervello all’ammasso del partito. Visto che nulla di ciò che Guareschi pretese accadde, ci sentiamo il dovere di porre lo stesso invito ad alcuni uomini della sinistra di oggi. A Rosi Bindi, in primis: la cattolica pasionaria che ha dimenticato gli altri cattolici, quelli che non si sono piegati al compromesso con i lontani parenti dei no global e dei sostenitori del terrorismo palestinese e di chi lancia i cavalletti contro il Presidente del Consiglio. A Romano Prodi e ai suoi amici di merende dossettiani: quelli per cui i cattolici di destra sono il Male,  mentre loro incarnano al contrario lo spirito sociale della fede cristiana. A Edmondo Berselli: lui che si lascia volentieri sponsorizzare da Luca Cordero di Montezemolo e che, troppo preso a descrivere la sua Bologna e la sua Modena, non ha attraversato i campi vicini al Po dove vennero sotterrati fascisti, ex fascisti e presunti tali, fossero anche bambini di cinque mesi, perché il popolo doveva riscattarsi.

Per fortuna c’è Giovannino.

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martedì, gennaio 25, 2005

BIOGRAFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUARESCHI / 8 

In periodo di oscuramento la gente può lasciarsi andare a qualche atteggiamento aggressivo nei confronti delle alte autorità. Lo stesso fece Giovannino Guareschi che cominciò a dire ad alta voce quello che pensava di Mussolini e in modo particolare ci diede dentro una notte di oscuramento, appunto. Troppo perché quelle alte autorità facessero finta di niente. GG venne arrestato, interrogato messo in carcere. Per finire poi spedito, nuovamente, a fare il militare, lui che non riusciva a sbattere i tacchi. Sua moglie Ennia corse per tutti gli angoli che contano della città per farlo liberare. Anche  Angelo Rizzoli si adoperò, tenuto in considerazione che Guareschi lavorava anche per il Corriere di Borrelli. Ma era un personaggio troppo famoso per non ricevere una punizione esemplare e quelli del Bertoldo già non piacevano più ai gerarchi del fascismo. Fare ridere in quel modo sottile dello stesso regime non stava bene. Così Guareschi l’otto settembre 1943 era ad Alessandria, con l’ulcera allo stomaco e un figlio, Albertino, in arrivo. Ma non erano i giorni migliori per lamentarsi con gli ufficiali, gli ordini dello stato maggiore erano confusi e, paradossalmente, non ordinavano un bel nulla. Al punto che, quando i carri armati tedeschi iniziarono ad avvicinarsi minacciosamente alla caserma, il caporale Guareschi fu costretto a fronteggiarli con la pistola.

Le SS fecero tutti prigionieri, così Guareschi stava per diventare un Internato Militare Italiano, resistenti all’occupazione nazista dell’Italia dai reticolati dei campi di concentramento, non abbastanza, a quanto pare, per comparire tra le pagine della storia repubblicana.

A dirla tutta, Giovannino poteva anche cavarsela, lavorando per i tedeschi. Addirittura Kesserling si era interessato a lui, ma Guareschi obiettò che lui aveva giurato fedeltà al re e non ci pioveva sopra. Eroicamente, è il caso di scriverlo, prese la via più lunga e difficile assieme a tanti altri eroi sconosciuti che patirono le pene dell’inferno lontano da casa, spostandosi continuamente dalla Jugoslavia alla Polonia alla Germania.

Tutte le sue vicende sono raccolte nel bellissimo Diario Clandestino, il modo migliore per saper sorridere di fronte alla tragedia.

Un passo davvero toccante è questo:

31 ottobre.

Molti dei cappotti russi distribuiti ai meno abbienti hanno una piccola toppa sul petto o sulla schiena. Una piccola toppa rotonda che chiude il buco attraverso il quale entrò una pallottola e uscì un’anima. Il mio cappotto ha una piccola toppa proprio in corrispondenza del cuore. Ed è ben cucita e di passo spesso, ma – dal forellino che essa copre – entra un sottile soffio d’aria gelida anche quando non c’è il vento e il sole è tiepido. E il cuore duole, trafitto da quello spillone di ghiaccio.

Ma anche di fronte alla morte e a mesi di fame, con l’ulcera che peggiora e Albertino a casa e Carlotta, la Pasionaria, che mette i primi denti e impara a dire no, Giovannino ha il suo scatto di orgoglio: Non muoio nemmeno se mi ammazzano!

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mercoledì, gennaio 19, 2005

UN AFFARE PERSONALE
Oggi il nostro Lennon, grazie all’università, ha potuto assistere alle prove del Trovatore di Giuseppe Verdi che andrà in scena la prossima settimana in quel di Busseto nel piccolo teatro che porta il nome del Maestro, nel palazzo Pallavicino che si affaccia sulla piazza del borgo avente per frazione proprio Roncole Verdi, dove, oltre alla casa del Cigno di Busseto, c’è il Club dei 23, il centro del Mondo Piccolo guareschiano gestito dai figli di GG.
Quando mi ha comunicato il fatto, non potevo non provare una certa invidia.
Mentre aspettiamo la critica di un collaboratore che di lirica se ne intende, mi lascio andare a qualche considerazione del tutto personale e, conseguentemente, passionale e irrazionale.
Giuseppe Verdi e Giovannino Guareschi vanno di pari passo. Non solo perché, come nota Beppe Gualazzini, nato giornalista a Sissa, a pochi chilometri da Busseto, camminando sugli argini che videro per protagonisti don Camillo e Peppone si possono udire le note del preludio della Traviata, ma soprattutto perché all’arte non sacrificarono mai la loro immagine di uomini temprati dalla origine orgogliosamente bassaiola.
Guareschi e Verdi sono due autori conosciuti in tutto il mondo, il primo tradotto addirittura in eschimese, il secondo onnipresente in tutti i maggiori teatri del globo. Sono l’essenza, a loro modo, della globalizzazione. Eppure mantengono nei loro tratti da scrittore o da compositore le caratteristiche proprie di chi proviene da quella fettaccia di terra che sta tra il Po e gli Appennini.
Lo stile sintattico guareschiano è estremamente semplice, banale per alcuni. Le descrizioni si esauriscono in pochi aggettivi stando alla prima impressione, ma alla fine di uno dei tanti racconti, e non solo quelli del prete sanguigno e del sindaco comunista, si capisce che Giovannino delineava i suoi personaggi attraverso le parole che ricorrono nei dialoghi. Così il paesino che fa da scenografia alla vicende politiche o gli interni borghesi di uomini qualunque nati dalla sua immaginazione e, nel contempo, dalla sua abilità a vedere come andavano (e vanno) le cose nel mondo, sono impensabili senza i loro personaggi. La semplicità o, se volete, la frugalità delle espressioni di don Camillo e Peppone sono strettamente correlati al clima del Mondo Piccolo, dove passa dal caldo terrificante dell’estate al freddo grigiore avvolto dalla nebbia in inverno: allo stesso modo si comportano gli abitanti di quelle case o i fedeli di quella parrocchia.
L’opera verdiana è, al contrario, possente e maestosa come solo un artista romantico poteva concepire. I preludi della Traviata sono struggenti e nascondo dietro di loro gli angoli più belli in riva al Po o tra i filari di pioppi che fanno da strade tra una cascina e l’altra. Il coro del Nabucco è la voce dei cantori che escono allegri dopo una serata in una delle tante osterie della provincia, quella parmense, da tempo patria di artisti e di lirica. L’Ave Maria dell’Otello è la preghiera di una donna devota ai piedi di una cappella che sorge al crocicchio tra due strade, quella lunga e dritta che conduce dalla campagna alla città e quella tortuosa e stretta che si infila tra i campi e porta lontano.
Sia che uno scriva sia che l’altro componga, è improbabile non avessero avuto in mente tutte queste fotografie che la memoria portava appresso in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo.
Guareschi una volta notò che la sua popolarità era maggiore al di là dei confini italiani piuttosto che nella stessa Italia, liquidando così la faccenda: si vede che all’estero si sbagliano.
Verdi trascorse i suoi ultimi anni nella villa che dà sulla riva parmense dell’Ongina, ma con le fondamenta in terra piacentina. Dopo il secondo matrimonio con Giuseppina Strapponi tra lui e i bussetani, legati alla concittadina Margherita Barezzi morta nel 1840, mentre nei due anni precedenti erano spirati i figli Virginia e Icilio, i rapporti non furono idilliaci, nonostante la costruzione dello stesso teatro che Verdi non accolse di buon animo. Eppure oggi la sua statua si erge dinanzi all’entrata della rocca e osserva la grande piazza con i caratteristici portici, sotto i quali Guareschi si ritrovava con i suoi amici. Superfluo ricordare che la piazza prende nome dal Maestro.
Guareschi e Verdi vanno di pari passo, uno masticando quel che resta di un toscano sotto i baffi neri che lo facevano somigliare a Stalin, l’altro con la barba bianca e l’alito che sapeva di cipolla, come sentenziarono alcuni membri nobili della Parma del tempo che fu. Impensabile attendersi altro da uno che da piccolo raggiungeva a piedi scalzi la chiesa di Busseto dopo almeno sette chilometri di marcia lungo le rive dei fossi.
La Storia regala personaggi straordinari. Peccato siano quelli che non compaiono tra i manuali di letteratura o che vengono bistrattati dall’ignoranza dei più.
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martedì, gennaio 18, 2005

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venerdì, gennaio 14, 2005

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giovedì, gennaio 13, 2005

BIOGRAFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUARESCHI/6
Ennia mi raggiunge subito nel 1936 e assieme scopriamo Milano.
Abitiamo in via G., in una stanza mobiliata con uso di cucina e nella stanza vicina c’è un romanzo completo. Ci abita una matura signora di estremamente facili costumi ed Ennia durante il giorno, mentre sono al lavoro, si barrica nella stanza.
D’inverno sui vetri c’è ghiaccio spesso un dito. Io lavoro ad un tavolino, imbacuccato in una coperta come un antico romano, con solo braccio destro fuori e le gambe dentro una cassa piena di carta straccia. Così gelano solo le dita della mano destra e ogni parola e ogni segno di lapis mi costano una fatica maledetta. Ma verso le sette esco col lavoro fatto stretto sotto il braccio per portarlo in tipografia e tutto passa perché dentro la nebbia di Milano è nascosto il mio avvenire e, a ogni svolta della strada, può spuntare l’imprevisto.

Così scrive Guareschi e la vita milanese agli inizi non fu certamente facile. Bisognava fare economia, anche in occasione del matrimonio con Ennia, non divenuta ancora Margherita. La celebrazione fu altroché modesta, con il prete che, in base alla liquidità disponibile, concedeva fiori e marcia matrimoniale.
La scoperta di Milano sarà anche il titolo del primo libro di GG, pubblicato per la prima volta nel 1941. Il quale, standosene tutto il giorno al tavolo, non poté fare altro che mettere su chili, ritrovandosi ad ottantatre chili, quindici in più del dovuto.
Approfittando così di una bella mattinata di sole il 10 luglio 1941 Guareschi comunica alla moglie in vacanza: Farò milleduecento chilometri in bicicletta! Borrelli, il direttore del Corriere della Sera, per il quale aveva cominciato a collaborare, approfitta della trovata per farsi raccontare l’esperienza. A Fombio una donna matura e con due grandi baffi, che pedala su una bicicletta da corsa, mi sghignazza in faccia. E questo mi secca perché io non ho sghignazzato vedendo una donna matura e con gran baffi pedalare su una bicicletta da corsa, racconta. Il passo è stato scelto perché se Giovannino è passato per Fombio, ciò significa che è passato per questo Mondo Piccolo.
Dopo quindici giorni di gran fatica, spuntò ad Igea Marina di fronte a moglie e al piccolo Albertino, il primo figlio. Si pesò e constatò di aver perso un solo chilo: Qui ci vuole una cura più robusta.
Come scrive Beppe Gualazzini nella sua biografia Guareschi (De Agostini editore), il destino lo esaudì subito.
Le avventure in Piazza Carlo Erba 6, presso la redazione del Bertoldo, erano giunte al capolinea.
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sabato, gennaio 08, 2005

VISTO CHE E' TORNATO DI MODA PALLANTE...
Quanto segue è riportato dalla rubrica Visto da destra - Visto da sinistra del Candido del 25 luglio 1948.

VISTO DA DESTRA
Le indagini su Antonio Pallante che la settimana scorsa attentò alla vita dell’on. Togliatti vanno mettendo in luce elementi nuovi e impreveduti: da Catania riferiscono ch’egli era in cordiali rapporto con esponenti di tutti i partito, compreso il comunista, con i rappresentanti del quale, anzi, era solito abbandonarsi a manifestazioni di particolare, affettuosa intimità.(…) Voci di eminenti cittadini catanesi vogliono il Pallante cugino in secondo grado dell’on. Longo. Collaboratore di vari giornali, egli scriveva sull’Unità, sull’Avanti!, per Milano-sera e sulla Voce di Napoli, l’organo comunista che ha recentemente cessato le pubblicazioni. Nel carcere, il Pallante, che ama intrattenersi in lingua russa coi secondini, mantiene un contegno tranquillo e sereno, manifestando frequentemente sentimenti di devota considerazione per il desposta del Kremlino.
Caesar (G. Mosca)

VISTO DA SINISTRA Si sa che il sicario Pallante è un ex seminarista iscritto ripetutamente ai partiti molto affini a quello della Democrazia Cristiana: in tasca gli vennero trovate le fotografia di De Gasperi, Scelba, Saragat e del Cardinale Schuster, tutte con dediche di questo tenore: “Al camerata Antonio Pallante con grande simpatia e fiduciaâ€.(…) Fidanzato di un ex ausiliaria delle SS, sorella di una monaca di clausura e figlia di padre saragattiano e di madre repubblicana storica, il sicario Pallante è noto per essersi recato a votare portando sul petto un grande cartello sul quale stava scritto: “Per te, Duce, voterò per la DCâ€.
Il sicario Pallante non è in una cella comune, ma in un appartamento speciale con aria condizionata e riceve visite da importanti esponenti del governo e del clero e da rappresentanti dell’America fascista.
Il popolo tace paziente, ma nota tutto, signor Scelba!
Spartacus (G. Guareschi

Ps: lo rivolgiamo soprattutto a M+
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lunedì, gennaio 03, 2005

BIOGRAFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUARESCHI/5
Primavera 1936: a Carpineti, sulle colline reggiane, arrivò una macchina con a bordo Carletto Mosca e Andrea Rizzoli, figlio dell’editore Angelo. Obiettivo della missione: Giovannino Guareschi, in quel momento chiamato a fare il militare, mestiere per niente azzeccato. In alcune sue divertentissime pagine confesserà che non fu mai in grado di sbattere i tacchi rendendo degno di risposta il suo saluto ad un ufficiale.
I due erano partiti dopo che Zavattini aveva avuto la brillante idea di creare un bisettimanale umoristico capace di fare concorrenza all’allora lanciatissimo Marc’Aurelio. Per questo motivo Zazà aveva nel frattempo radunato nomi importanti quali Angelo Frattini, Dino Falconi, Vittorio Metz, Giuseppe Marotta e lo stesso Manzoni. Nella sua testa il giornale avrebbe avuto per titolo Valà che vai ben. E si era rivolto anche a Guareschi per avere qualche idea e qualche brillante intuizione. Ma a basi ormai gettate, Zavattini uscì sbattendo la porta dell’ufficio di Angelo Rizzoli e al suo posto venne chiamata Giovanni Mosca come condirettore assieme a Metz. Guareschi non sapeva che fare. Quando i due gli si presentarono di fronte, chiese: “E questo nuovo settimanale come lo si stampa? Arlecchino come le altre porcherie o, come desidero io, in un netto e dignitoso nero?â€
“In nero! Nero su bianco, che diamine!â€, rispose Rizzoli. Guareschi firmò il contratto.
Il periodico cominciò le pubblicazioni, ma il titolo Valà che vai ben non era piaciuto né a Metz né a Mosca. Andrea Rizzoli promise un premio di trenta lire a chi avesse azzeccato un titolo migliore. In un primo momento si optò per Benissimo, ma alla fine, dopo che Mario Bazzi aveva ricevuto l’incarico di disegnare la testata definitiva, venne chiamato Bertoldo.
L’avventura milanese di GG era cominciata e nella sua stessa redazione sedevano Mosca, Metz, Frattini, Falconi, Marotta, Brancacci, Marchesi, Bazzi, Mondani, Molino, Albertarelli, Palermo e Manzoni.
Il Bertoldo faceva satira, il che non era per niente facile in quegli anni.
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lunedì, dicembre 27, 2004

BIOGRAFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUARESCHI/4
La carriera giornalistica di Guareschi ebbe dunque inizio a Parma, tra collaborazioni con diversi numeri unici o periodici (come Bazar, la Fiamma e Il Signor Carnevale) e il lavoro come correttore di bozze e cronista al Corriere Emiliano. Erano gli anni ’30 e nella città ducale Giovannino conduceva una vita da bohemien, con le tasche al verde e senza concludere l’università, facoltà di giurisprudenza. Dimostrò anche la sua vena umoristica e la sua bravura letteraria vincendo un premio con il racconto Silvania, dolce terra, pubblicata il 10 giungo 1929 sulla Voce di Parma. Con i soldi della vittoria offrì una cena e delle centocinquanta lire in tasca gliene rimasero solo cinquanta. In questi due passi si può capire che tipo fosse.
10 febbraio 1933: è arrivato un nuovo direttore e si è parlato molto del fatto perché la sua signora moglie, venuta a visitare la tipografia, appena entrata è scivolata su una macchia d’olio ed è finita lunga distesa per terra. Il signor nuovo direttore mi ha convocato per comunicarmi che io giro poco per la cronaca.
11 febbraio 1933: sono stato a letto tutto il giorno. Alle 10 di sera sono andato in redazione, ho scritto sei o sette fatterelli inventati di sana pianta e il signor direttore ha detto che la cronaca, così, va bene.

Un giorno però il Nibbio venne licenziato e per ripicca con una fionda spaccò tutti i lampioni che stavano di fronte alle redazione del quotidiano, aiutato dal solito Giovannino, il quale riportò la cronaca di quel atto da delinquenti.
Nel frattempo, dopo aver alzato il gomito collezionando bicchieri di grappa, con una testata ruppe la porta a vetri della redazione.
Non c’era più alcun dubbio, come intuì il suo direttore: Parma era troppo piccola per Guareschi che decise così di trasferirsi a Milano assieme ad Ennia: una rossa che lo fece impazzire tanto da sposarsela e chiamandola Margherita nei suoi racconti di vita familiare.
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giovedì, dicembre 23, 2004

IL NATALE DI PEPPONE
Entrando poco dopo mezzogiorno nella grande cucina, Peppone ritrovò l’aria del Natale dei tempi passati e gli sembrò di essere uscita come da un incubo.
Trovò la lettera del piccolino sotto il piatto e gli parve di un interesse eccezionale. Poi si preparò ad ascoltare con tutta l’attenzione possibile la poesia: ma la poesia non accennava a saltar fuori.
Peppone pensò che sarebbe arrivata alla fine del desinare e si mise a mangiare tranquillamente.
Ma, anche alla fine del desinare, il piccolino non dimostrò la minima intenzione di levarsi in piedi sulla sedia per declamare dei versi.
(…) La moglie di Peppone andò a parlottare ancora col piccolino poi riferì al marito:
- Non la vuole dire.
Allora Peppone perdette la pazienza:
- Se non vuoi dire la poesia significa che non la sai! – disse al piccolino.
- La so invece – rispose il bambino. Però non si può dire.
- E perché? – gridò Peppone.
- Perché adesso non conta più – spiegò il piccolino – adesso il Bambino è già nato e la poesia parla del Bambino che deve nascere questa notte.(...)
- Una poesia non è un annuncio di giornale – spiegò Peppone. – Anche se la dici oggi la poesia ha lo stesso valore.
- Non è vero, - insisté il piccolino. – Se il Bambino è nato ieri sera non si può dire che nascerà stanotte.
La madre provò ad insistere ma il piccolino non mollò:
- E’ testardo come te – esclamò alla fine la donna rivolta a Peppone.

Nel pomeriggio Peppone portò a spasso il piccolino e, quando furono lontani dal paese, fece l’ultimo tentativo:
- Adesso che siamo soli me la dici la poesia?
- No – rispose il piccolino.
- Qui nessuno ti sente!
- Ma il Bambino Gesù lo sa – sussurrò il piccolino.
Questa era la più bella poesia che il piccolino potesse dire e Peppone lo capì.
Da "L'anno di don Camillo", di Giovannino Guareschi, Rizzoli
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martedì, dicembre 21, 2004

BIOGRAFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUARESCHI/3

In una biografia minima si devono compiere dei sacrifici e voli pindarici cercando però di fare comunque chiarezza nella mente del lettore. Così, in questa piccola biografia di Giovannino Guareschi voliamo negli anni in cui frequenta il collegio Maria Luigia, dove nel 1919 incontra il Nibbio, ovvero Nino Bocchi che gli aprirà la strada del giornalismo facendolo scrivere per un numero unico che raccontava di Parma. Quelli del convitto furono anni spartani: nonostante l’altisonante nome che lo contraddistingueva, non disponeva di servizi per lavarsi, costringendo gli allievi a recarsi all’infermeria nel centro di Parma per darsi una sciacquata. Ma nel 1927 fu assunto come istitutore Cesare Zavattini, di Luzzara, vale a dire dalla Bassa come Giovannino. Zavattini aveva solo sei anni in più del 19 Guareschi e tra i due nacque subito un legame che li porterà a scrivere prima un giornale fatto a mano, poi alla collaborazione alla Gazzetta di Parma, divenuta Corriere Emiliano con il fascismo, che Guareschi descrive così in questo appunto:
Parma, 30 maggio 1927.
Oggi ho assistito, mentre pedalavo verso la scuola, alla feroce lotta sostenuta da una magnifica giornata contro una interrogazione generale di filosofia e un compito in classe di latino.
Ha vinto facilmente la bella giornata ed io, affidata la bicicletta al portiere del liceo, sono andato nel parco ducale a buttare sassi nell’acqua del laghetto. Nell’uscire dal giardino, ho incontrato il signor Cesare che arrivava dalla tipografia di Piazza delle Erbe. Il signor Cesare mi ha preso sottobraccio, mi ha chiesto perché non provavo a scrivere per la Gazzetta di Parma, poi mi ha spiegato che, nel giornalismo, quel che contano sono le trovate.

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mercoledì, dicembre 15, 2004

BIOGRAFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUARESCHI/2

L’infanzia di Guareschi non fu certo una della più facili. Il padre Augusto non dimostrava un’abilità particolare negli affari, ma non per questo Guareschi lo lasciò fuori dal suo Mondo Piccolo. Leggendo le prime tre storie che inaugurano le vicende di quella fetta di terra che sta tra il Po e le colline, si incontra un uomo altro, magro e potente che porta lunghi baffi, un grande cappello, la giacchetta attillata e corta: insomma, il ritratto di Augusto.
Per meglio capire chi fosse Primo Augusto Guareschi basta ricordare questo aneddoto: con Giovannino ancora in fasce, lo portò a spasso a bordo della sua moto, una volta assicuratosi che il figlio fosse ben saldo in uno scatolone appoggiato alla sella posteriore. Così, nell’aprile del 1909, senza ancora aver compiuto un anno, GG vagò per la strette strade della Bassa, respirando l’aria dei luoghi verdiani. Si dice pure che Primo Augusto, durante la gita fuori porta, cantò tutto il suo repertorio delle opere del Maestro.
Rincasarono che era ormai sera e dal fondo della via avanzò la moglie Lina che non degnò di uno sguardo il consorte, prese in braccio il piccolo Giovannino e filò in casa.
La madre di GG era la maestra del paese e si sarebbe trasferita più tardi a Marore, poco fuori Parma, mentre il marito cercava di saldare i debiti e lei e Giovannino furono costretti a vivere di stenti. Anche la madre diventerà protagonista a suo modo del mondo guareschiano, sarà sempre una maestra, quella che odia Peppone, ma che non si dispererà in età più che avanzata di insegnare ai bolscevichi come funziona quella faccenda della così detta grammatica italiana.
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giovedì, dicembre 09, 2004

BIOGRAFIA MINIMA DI GIOVANNINO GUARESCHI/1

Avvertenza: le puntate avranno, più o meno, una scadenza settimanale

Nel prendere in mano una qualsiasi enciclopedia della letteratura italiana e sfogliandola per ottenere qualche informazione su Guareschi, si finirà per leggere che Giovanni Guareschi nacque nel 1908 a Parma, per alcuna, a Roccabianca per altre e morì nel 1968 a Cervia. La sua fama, ripeteranno tutte in coro, è legata al successo dei racconti racchiusi nella racconta Mondo Piccolo che hanno per protagonisti don Camillo e il sindaco comunista Peppone.
Poco ed errato. Perché Guareschi di nome faceva Giovannino e non Giovanni. E non nacque né a Parma né a Roccabianca, ma in una frazione di questo centro della bassa parmense, Fontanelle. Conviene precisarlo, perché laggiù ci tengono particolarmente al luogo di origine.
Guareschi, dunque, venne al mondo il Primo Maggio, a Fontanelle di Roccabianca, per volontà dei genitori, Primo Teodosio Augusto e Lina Maghenzani. Un factotum con un pessimo senso per gli affari il padre, volenterosa maestra elementare la madre. E dato che correva l’anno 1908, quando le feste del Primo Maggio avevano tutto l’onore di farsi chiamare tali, sotto la casa di Augusto Guareschi si era radunata una folla di socialisti guidata da Giovanni Faraboli, sindacalista e figura perfetta per quello che sarà il Peppone dei racconti di GG. Saputo della nascita di Giovannino, Faraboli corse nella stanza dove stavano madre e piccolo e si affacciò poi al balcone che dava sulla piazza tenendo in braccio Guareschi e annunciando orgoglioso: “Oggi è nato un nuovo compagno!â€.
E il padre Augusto, per non essere da meno, gli confidò: “Lo chiameremo Giovanni come te, amico mio. Ma poi no, per non fare confusione lo chiameremo Giovannino!â€.
Con questo nome venne registrato all’anagrafe comunale.
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venerdì, dicembre 03, 2004

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mercoledì, dicembre 01, 2004

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domenica, novembre 14, 2004

Messico d'Italia, 1946
Dedicato a tutti quelli che dicono che così le cose non vanno in Iraq e che elezioni libere non saranno mai possibili.

Dal Candido del 15 giugno 1946.
GIRO D'ITALIA
Qui in Italia tutto bene. Nonostante la catastrofiche previsioni del signor Nitti, nonostante qualche atto più o meno collettivo di risentimento, qualche parroco spogliato o lubrificato con olio di ricino, non è successo niente di preoccupante.
Pure al MESSICO D'ITALIA tutto regolare.
A Bologna una bomba recatasi alla sede dei ferrovieri comunisti, probabilmente per iscriversi, inciampa nella soglia e scoppia, mentre a Ferrara, nei paesi dove hanno vinto i democristiani, vengono esposte le bandiere rosse a mezz'asta. Questo però non ha nessun riferimento con la visita che ignoti apolitici hanno compiuto alla chiesa di S. Maria in Vado, dove anno prelevato 50 anelli ex voto.
Intanto, sempre per rimanere nel campo religioso, ecco che nel parmense, a Varano Melegari, il parroco don Anelli si affaccia di sera sulla porta di casa e viene freddato con alcuni colpi di rivoltella, mentre a Travazzano di Carpaneto in quel di Piacenza ignoti progressivi chiamano fuori di casa il parroco don Viazzani e gli scaricano addosso alcune pistole.
Due ragazze ex fasciste sfollate a Brescia e tornate a Reggio Emilia per votare (Maria e Lia Ferrari) vengono prelevate da ignoti progressivi che, armata manu, se le portano via e non le hanno ancora restituite. Il giorno prima a Sant'Ilario di Reggio Emilia l'industriale Giuseppe Verderi appartenente all'Uomo Qualunque viene freddato per la strada col tradizionale colpo alla nuca da progressivi di passaggio. Mentre a Sant'Egidio di Cesena ignoti progressivi aggrediscono in casa l'operaio Giovanni Campana e la moglie Alda Pavi e li freddano a colpi di mitra alla presenza dei due figlioletti, del nipotino, del cognato e del vecchio padre del cognato.(...)

Tutto questo, ovviamente, non l'ho preso da un libro di storia, ma da una raccolta degli articoli di Giovannino Guareschi
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martedì, novembre 09, 2004

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giovedì, novembre 04, 2004

COSI' IL MONDO PICCOLO RICORDA IL 4 NOVEMBRE 1918

Dal film Don Camillo e l’Onorevole Peppone .

Nella piazza di Brescello Peppone prende la parola al comizio per la sua candidatura ad Onorevole.
Cittadini lavoratori!(applausi)
Prima di presentarvi il compagno indipendente avvocato Cerratini,(applausi)voglio dire due parole alla reazione clericale, atlantica e guerrafondaia che tutti ben conosciamo(applausi),a quegli sporchi neri che parlano di patria, di sacri confini minacciati e di altre balle nazionaliste che la Patria siamo noi, la Patria è il Popolo!
E questo popolo non combatterà mai contro il glorioso Paese del socialismo che porterà al nostro proletariato oppresso la libertà e la giustizia!
(applausi)
E voi giovani che andate nelle barbare caserme, direte a coloro che tentano di armarvi e di usarvi per i loro sporchi interessi, direte a coloro che diffamavo i lavoratori…(si levano dal campanile le note della Canzone del Piave)
…Direte ai calunniatori del Popolo, direte che i vostri padri(qui Peppone cambia espressione e gli occhi cominciano a farsi lucidi)hanno difeso la Patria dal barbaro invasore che minacciava i sacri confini e che noi del ’99 (1899, n.d.r.)che abbiamo combattuto sul Monte Grappa, sulle petraie del Carso e sul Piave saremo sempre quelli di allora e che quando tuona il cannone è la voce della Patri che chiama e noi risponderemo “Presente!â€.(Peppone, intanto, con il braccio spinge via il Cerratini che prova a fermarlo, mentre don Camillo dalla torre campanaria si mette sull’attenti e sussurra “Presente!â€)
Noi vecchi che abbiamo sul petto le medaglie al valore conquistate sul campo di battagliaci ci troveremo come allora a fianco dei giovani e combatteremo sempre ed ovunque, getteremo l’anima oltre l’ostacolo e difenderemo i sacri confini d’Italia contro qualsiasi nemico, dell’Occidente e dell’Oriente, per la difesa del Paese e al solo scopo del bene indissolubile del Re e della Patria!
Viva la Repubblica, viva l’Esercito!
(Un tripudio accompagna la fine del discorso e anche don Camillo applaude calorosamente il compagno sindaco Giuseppe Bottazzi)
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sabato, ottobre 30, 2004

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domenica, ottobre 10, 2004

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sabato, luglio 17, 2004

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lunedì, luglio 12, 2004


Questa è un'ottima lettura per l'estate (disegno di proprietà del Club dei 23)
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domenica, luglio 11, 2004

GUARESCHI DOCET
Le ultime notizie che arrivano da Roma riferiscono qualcosa che sa di vecchio e camaleontico, aggettivo che la Storia ha consegnato all’atteggiamento di De Pretis più di un secolo fa e che torna più vivo che mai dopo che Follini, con quella faccia da democristiano cresciuto in sagrestia e timorato di Dio fino al punto di rimanere calvo, si mette ad inviare letterine a Berlusconi come può fare un ragazzino che aspetta Babbo Natale: voglio questo e quello, non voglio altro, ma voglio assolutamente questo e quello. Capricci di un segretario di partito, gasato dall’essere arrivato al 5% nelle elezioni europee e abbastanza presuntuoso da voler dettare la linea dell’esecutivo. Cose che solo la proporzionale Italia può regalare.
Sfogliando nuovamente alcune pagine di Guareschi, ecco che salta fuori come tutto non sia assolutamente cambiato rispetto a sessant’anni giusti fa. Giuseppe Pella, economista biellese, già collaboratore di Luigi Einaudi nella battaglia per la difesa della lira alla fine del secondo conflitto mondiale, dopo essere stato ministro della Finanze nel 1947 e del Tesoro dal 1950 al 1953, viene chiamato dallo stesso Presidente Einaudi a formare un nuovo governo, il quale, almeno nell’idea di Pella, avrebbe dovuto seguire un orientamento liberale.
Il nuovo Capo del governo si fa sentire subito, inviando fra l’agosto e il settembre 1953 le truppe italiane ai confini con la Jugoslavia di Tito, che tanto brama di annettere Trieste. Un coraggio che mai più fu dimostrato da un nostro primo ministro. Il governo monocolore presieduto da Pella e appoggiato da liberali e monarchici si sarebbe potuto benissimo reggere da solo, ma avvenne ciò che in un vero sistema parlamentare sarebbe impensabile. Scrive Guareschi: “Una crisi davvero straordinaria perché il governo del democristiano Pella è stato messo in crisi fuori dal Parlamento, e non dal Parlamento, ma dalla Dc.
Pella, a un bel momento, pur avendo dalla sua parte l’intero paese, si è trovato schierato contro il suo partito. Il quale partito ha agito nel modo più freddo e spudorato in quanto, dopo essersi impuntato sul fatto che Pella voleva Aldisio nella formazione rimaneggiata, ha liquidato Pella includendo poi tranquillamente Aldisio nel suo governo.
Ciò che è accaduto è, per tutti noi cittadini normali e non politicanti di professione, qualcosa di vergognoso, di inconcepibile.
Un partito, per semplici interessi di partito, manda all’aria un governo, gettando il paese in crisi senza pensarci sopra un sol minuto. Senza neppure preoccuparsi se sarà possibile, e come sarà possibile, mettere assieme un altro governo che riesca a funzionare. Prima di tutto, il partito e poi il resto…â€.

Non è spettacolare come cosa? Persino le teorie sui complotti orchestrati dalla Casa l’undici settembre non sono niente a confronto, perché in questo caso manco ci scappa il morto. Non è spettacolare che una nazione voti per un governo e poi il governo che giura non è lo stesso voluto dalla maggioranza? Non è spettacolare tutto questo?
Berlusconi, da parte sua, non è ancora caduto dalla poltrona di premier, ma quelle letterine sanno tanto di mafia: ce lo vedo Follini che nel suo studio scrive con il lapis nella mano destra e con la sinistra parla al telefono con i suoi soci sulle alleanze alternative per le prossime elezioni. Avrebbe una bella faccia tosta, molto più tosta di quella che possiede ora, se si ripresentasse con il Polo e, soprattutto, con il Cavaliere. C’è da aspettarselo, su questo non ci piove. Il caso presentato attraverso le parole di Guareschi è diverso da quello che noi stiamo vivendo ai giorni d’oggi, ma la sfacciataggine di certi diccì non è cambiata con il tramontare dalla Prima Repubblica e il sorgere della sua sorellastra.
Quindi non datemi del folle, vi chiedo cortesemente, se da qui a poco tempo mi immagino Follini, Casini, Prodi, Mastella e Rutelli sullo stesso carro. Andrebbero tutti amorevolmente d’accordo mentre pregano baciando l’ultima balaustra alla quale concedersi di grazia.
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categorie: giovannino guareschi, la nostra opinione
venerdì, aprile 30, 2004


«quella mattina (...) ho il primo contatto diretto con la politica e la lotta di classe. (...) Il capo di quei rossi, Giovanni Faraboli, un omaccio alto e massiccio come una quercia (...) fattosi alla finestra di cucina, mi mostra agli altri rossi (...) spiegando loro che, essendo io nato il primo maggio, ciò significa che sarei diventato un campione dei rossi socialisti! (...) E anni e anni passeranno carichi di travaglio da questo primo maggio, ma intatto mi rimarrà nella carne il tepore delle mani forti di Giovanni Faraboli.»

Dal sito del Club dei 23
Il Primo Maggio del 1908 ha inizio la favola del Mondo Piccolo. Buon compleanno Giovannino!

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lunedì, novembre 10, 2003


«Viaggio su una orrenda bicicletta da donna che pare una centrale elettrica tanto è aggrovigliata di fil di ferro. Per non ungermi i pantaloni me li rimbocco fin sopra il ginocchio e pedalo alla diotifulmini" pestando sui pedali coi tacchi e tenendo le ginocchia in fuori.»

Giovannino Guareschi, l'inventore del vero


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lunedì, novembre 03, 2003

Domani è il 4 novembre. Io lo voglio ricordare così

(…) Peppone entrò.
“Siediti, io intanto vado a prendere la bottigliaâ€, disse don Camillo.

Quando tornò di lì a poco, con vino e i bicchieri, trovò Peppone che si era seduto, ma non si era tolto il patrano.

“Ho un freddo caneâ€, spiegò Peppone. “Preferisco rimanere copertoâ€.

“Fai il comodo tuo.â€

Porse a Peppone un bicchiere colmo e due pastiglie bianche: “Manda giù!â€.

(…) “Ho ripensato alle tue parole di ieriâ€, disse don Camillo quando la vampata del fuoco del camino si alzò. “Dal tuo punto di vista hai ragione tu. Per me la faccenda della guerra è stata una cosa tutta diversa. Anch’io ero un pretino appena sfornato dal seminario quando mi ci trovai dentro. Pidocchi, fame, naja, pallottole, sofferenze, preciso come per te. Io non andavo all’assalto, si capisce, ma andavo a raccogliere i feriti. Ma per me la cosa era diversa: era il mio mestiere e questo mestiere me lo ero scelto io. Per te la cosa era un’altra: il tuo mestiere non era quello del soldato. Per fortuna, perché quelli che fanno il soldato per mestiere sono davvero tutta gentaccia.â€.

“Be’, questo non è sempre veroâ€, borbottò Peppone. “Anche fra gli ufficiali effettivi c’è della brava gente. E poi, bisogna riconoscerlo, saranno dei puzzoni che girano con la caramella, però quando c’è da rischiare la pelle rischiano senza tante storie.â€.

“Ad ogni modoâ€, continuò don Camillo, “mentre per me il rimanere sotto le pallottole a curare i feriti e dare l’olio santo ai moribondi rappresentava il mio mestiere di parte, per te era solo una fregatura. Il mestiere del prete è quello di accaparrarsi le anime da spedire in Paradiso, via Vaticano. Quindi per un prete, trovarsi in mezzo a una epidemia di colera, in mezzo ad un terremoto o a una guerra è una pacchia. E’ la cuccagna per uno che si guadagna la vista salvando le anime. Ma per uno come te, cosa ha da salvare in una guerra? La pelle! (…) Proprio così, io capisco benissimo che uno il quale è costretto a rischiare la pelle, così, senza nessuno scopo, non desideri che squagliarsela. In queste condizioni, uno che fa il disertore non è un pauroso, è semplicemente una creatura umana che segue il suo istinto di conservazione. Bevi Pepponeâ€.

Peppone bevette. Grondava, e pareva dovesse scoppiare da un momento all’altro.

Adesso puoi toglierti il pastranoâ€, lo consigliò don Camillo. “Così quando esci, te lo rimetti e non senti il trapasso dal caldo al freddo.â€

“No, non ho caldo.â€

“Io sono uno che ragionaâ€, continuò don Camillo. “Hai fatto benissimo a non mettere fuori nessun manifesto. Saresti venuto meno ai tuoi principi. Ieri io pensavo semplicemente ed egoisticamente al mio caso: per me c’è l’interesse, l’affare, nella guerra. Figurati che una volta, per la smania di salvare un’anima e di mettermi in bella luce davanti al Padreterno, sentendomi chiamare da uno che era stato bloccato da una palla fra la nostra trincea e quella austriaca, saltai fuori dalla trincea e andai a raccontargli le solite cose che si dicono ai moribondi e mi morì tra le braccia. Io ci presi un paio di pallottole di striscio in testa, roba da niente, ma si fa per dire.â€

“Lo so questo fattoâ€, disse cupo Peppone. “L’ho letto sul giornale militare che ci portavano in trincea, invece di portarci da mangiare, quei porci! Vi diedero anche la medaglia se non sbaglioâ€.

Don Camillo si volse e guardò un quadretto appeso alla parete.

“L’ho messa lì†disse. “Troppe medaglie ci sono in giro.â€

“Voi avreste il diritto di portarla†protestò Peppone dopo aver cacciato giù un altro bicchiere. “Chi non ruba le medaglie ha il diritto di portarle.â€

“Non parliamo di queste cose con te che giustamente hai tutto un altro concetto della guerra. Ma togliti il pastrano, Peppone!â€

Peppone pareva il diluvio universale del sudore, tanto aveva caldo, ma era testardo come un mulo. E non si cavò il pastrano.

“In fondoâ€, concluse don Camillo, “tu che disprezzi così tutto quanto appartiene alla retorica patriottarda, tu che hai come massima che la tua patria è il mondo, sei più nel giusto degli altri. Poiché per te un giorno come quello della vittoria rappresenta una data nefasta in quanto chi vince una guerra è più propenso a fare un’altra guerra di chi perde. E’ vero che in Russia danno la medaglia ai disertori e puniscono quelli che fanno atti di coraggio in guerra?â€

“Uffa!â€, gridò Peppone, “lo sapevo che avreste trovato il modo di buttare la faccenda in politica! Lo sapevo!â€.

Poi si calmò improvvisamente.

“Muoio dal caldoâ€, sospirò.

“E cavatelo questo pastrano!â€.

Peppone si tolse finalmente il pastrano e allora si vide che Peppone aveva appuntata al bavero della giacca la medaglia d’argento che s’era guadagnata nella guerra ‘15-18.

“Be’â€, disse don Camillo cavando dal quadretto la sua medaglia d’argento e appuntandosela sulla tonaca. “E’ una idea.†(…)

(Tratto dal racconto Autunno, dal libro Don Camillo, di Giovannino Guareschi, edito da Rizzoli)
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